| Infatti nelle famiglie
contadine del vibonese, che si contano in gran numero, non è scomparsa la consuetudine di
ammazzare il "porco" nei mesi invernali per farne salsicce, soppressate,
capicolli, e soprattutto la "nduja". Del maiale scrisse Vincenzo
DOrsa; "in Calabria questi animali in generale non si macellano per uso
pubblico, ma nelle famiglie per uso proprio, ed ogni famiglia ha il suo. Il macellamento
dà occasione ad una festa domestica". |
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La macellazione del maiale
equivale, in ogni famiglia, ad un vero e proprio rito in cui il maiale è loggetto
del sacrificio. Lespressione "fari u porco" significa, infatti,
sacrificare lanimale, amorevolmente cresciuto e accudito fino al momento della sua
uccisione, dopo aver provveduto a somministragli, nel corso dellanno, alimenti
appetibili a base di ghiande, fichi secchi, fave, ceci, panicolo o granturco, lupini,
farinaccio, versati di volta in volta nel trogolo, e ritenuti dallesperienza
contadina elementi essenziali al nutrimento del "porco" per assicurare la
prerogativa del sapore squisito alla carne suina.
Ogni casa in cui si macella è aperta ad amici e parenti, insieme ai quali si banchetta
con vino generoso e genuino. Si tratta quindi di una celebrazione domestica e familiare
che perpetua il ricordo del sacrificio del maiale fatto dai Romani in onore dei Lari, numi
tutelari della famiglia.
Lallegria, per altro, non è effimera, per come chiaramente è confermato dal detto
popolare di antica memoria; "Cu si marita è cuntentu nu jornu, cu ammazza u porcu è
cuntentu nannu"! (Chi si sposa è contento un giorno, chi ammazza il maiale è
contento un anno).
Un detto che sintetizza efficacemente la tradizione di genuinità dei salumi calabresi
dovuta soprattutto alla qualità di alimentazione degli animali, tipo di macellazione,
lavorazione delle carni e stagionatura.
Non vè dubbio che partecipare ad un banchetto nuziale può deliziare un giorno, ma
ammazzare un maiale vuol dire avere provviste per tutto lanno.
Da qui lamarezza di chi non poteva permettersi questa risorsa alimentare;
"amaru cu lu porcu non ammazza, ca mora disijandu la satizza"! (Misero chi non
ammazza il maiale perché muore desiderando le salsicce).
La difficoltà di mangiare carne viene sottolineata nel proverbio seguente, nel quale si
imita anche il cibo sostitutivo; "cu non poti mangiari a carni, simbivi
u brodu"!
(Chi non può mangiare la carne beve il brodo).
Lallegria spesso immaginata come una caratteristica peculiare del comportamento
popolare, deve essere determinata soprattutto dal sentirsi sazi: "panza china fa
cantari e no cammisa janca"! (La pancia piena fa cantare e non la camicia bianca).
Il sostentamento della famiglia contadina era strettamente connesso, in maggior misura nel
passato, alla possibilità di possedere il tanto ambito animale a tal punto da porre in
discussione la stessa sopravvivenza, qualora fosse mancata questa opportunità
irrinunciabile.
Il maiale rispetto ad altri animali utilizzati nellalimentazione umana, possiede la
bontà della saporitissima carne, commestibile in tutte le sue parti e ricca di elevato
valore nutritivo. Infatti niente del maiale viene scartato dalla testa alla coda
dallinterno allesterno, le varie combinazioni di carne suina con erbe
aromatiche forniscono assaggi assai gustosi con sfumature diverse.
Il maiale, una volta ammazzato viene selezionato per preparare dalla carne magra gli
insaccati e dal grasso lo strutto che, un tempo, era sostitutivo dellolio e anche
utilizzato per ricavare il sapone con laggiunta di potassio e cenere. |