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Il maiale fatto in casa

avanti11.gif (968 byte)Le fasi della lavorazione del maiale

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Che il maiale fosse tenuto in grande considerazione per le provviste alimentari che garantiva per tutto il corso dell’anno, è dimostrato dal fatto che, ancora oggi, in Calabria, la cultura del maiale è profondamente radicata.

Infatti nelle famiglie contadine del vibonese, che si contano in gran numero, non è scomparsa la consuetudine di ammazzare il "porco" nei mesi invernali per farne salsicce, soppressate, capicolli, e soprattutto la "‘nduja". Del maiale scrisse Vincenzo D’Orsa; "in Calabria questi animali in generale non si macellano per uso pubblico, ma nelle famiglie per uso proprio, ed ogni famiglia ha il suo. Il macellamento dà occasione ad una festa domestica". salsicce.gif (12082 byte)

La macellazione del maiale equivale, in ogni famiglia, ad un vero e proprio rito in cui il maiale è l’oggetto del sacrificio. L’espressione "fari u porco" significa, infatti, sacrificare l’animale, amorevolmente cresciuto e accudito fino al momento della sua uccisione, dopo aver provveduto a somministragli, nel corso dell’anno, alimenti appetibili a base di ghiande, fichi secchi, fave, ceci, panicolo o granturco, lupini, farinaccio, versati di volta in volta nel trogolo, e ritenuti dall’esperienza contadina elementi essenziali al nutrimento del "porco" per assicurare la prerogativa del sapore squisito alla carne suina.
Ogni casa in cui si macella è aperta ad amici e parenti, insieme ai quali si banchetta con vino generoso e genuino. Si tratta quindi di una celebrazione domestica e familiare che perpetua il ricordo del sacrificio del maiale fatto dai Romani in onore dei Lari, numi tutelari della famiglia.
L’allegria, per altro, non è effimera, per come chiaramente è confermato dal detto popolare di antica memoria; "Cu si marita è cuntentu nu jornu, cu ammazza u porcu è cuntentu n’annu"! (Chi si sposa è contento un giorno, chi ammazza il maiale è contento un anno).
Un detto che sintetizza efficacemente la tradizione di genuinità dei salumi calabresi dovuta soprattutto alla qualità di alimentazione degli animali, tipo di macellazione, lavorazione delle carni e stagionatura.
Non v’è dubbio che partecipare ad un banchetto nuziale può deliziare un giorno, ma ammazzare un maiale vuol dire avere provviste per tutto l’anno.
Da qui l’amarezza di chi non poteva permettersi questa risorsa alimentare; "amaru cu lu porcu non ammazza, ca mora disijandu la satizza"! (Misero chi non ammazza il maiale perché muore desiderando le salsicce).
La difficoltà di mangiare carne viene sottolineata nel proverbio seguente, nel quale si imita anche il cibo sostitutivo; "cu non poti mangiari ‘a carni, s’imbivi ‘u brodu"!
(Chi non può mangiare la carne beve il brodo).
L’allegria spesso immaginata come una caratteristica peculiare del comportamento popolare, deve essere determinata soprattutto dal sentirsi sazi: "panza china fa cantari e no cammisa janca"! (La pancia piena fa cantare e non la camicia bianca).
Il sostentamento della famiglia contadina era strettamente connesso, in maggior misura nel passato, alla possibilità di possedere il tanto ambito animale a tal punto da porre in discussione la stessa sopravvivenza, qualora fosse mancata questa opportunità irrinunciabile.
Il maiale rispetto ad altri animali utilizzati nell’alimentazione umana, possiede la bontà della saporitissima carne, commestibile in tutte le sue parti e ricca di elevato valore nutritivo. Infatti niente del maiale viene scartato dalla testa alla coda dall’interno all’esterno, le varie combinazioni di carne suina con erbe aromatiche forniscono assaggi assai gustosi con sfumature diverse.
Il maiale, una volta ammazzato viene selezionato per preparare dalla carne magra gli insaccati e dal grasso lo strutto che, un tempo, era sostitutivo dell’olio e anche utilizzato per ricavare il sapone con l’aggiunta di potassio e cenere.