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10 dicembre 2002 16.45

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Vibo Valentia
CENNI STORICI E CULTURALI

Il capoluogo della provincia, l'Hipponion ellenistica, la Vibona municipio romano, la medioevale Monteleone dominata dalla maestosa mole del castello costruito in epoca normanna ed ampliato nelle successive epoche, ora sede del museo archeologico, ebbe il nome latino di Vibo Valentia con decreto reale del 4 gennaio 1928.
Nelle chiese della città sono custodite le opere d'arte delle quali nel corso dei secoli la pietà dei fedeli volle arricchirle.
Il duomo dedicato a Santa Maria Maggiore e San Leoluca, fino al 1632 l'unica parrocchia della città, fu iniziato nel 1712 e consacrato nel 1766. Sull'altare maggiore, scolpito dal marmoraro Francesco Raguzzino nel 1745 per il vicino convento domenicano, è posta la statua della Madonna della Neve, scultura cinquecentesca che si vuole proveniente dalla cappella del castello. Nel cappellone di destra si ammira il famoso "trittico" (le statue della Madonna col Bambino, di San Giovanni Evangelista e della Maddalena) eseguito da Antonello Gagini nel 1524/34, mentre ai lati dell'altare dirimpetto sono collocate le statue della Madonna col Bambino e di San Luca Evangelista (1536) delle mani dei figli di Antonello. Le cinque opere marmoree provengono dalla chiesa ducale di Santa Maria de Jesu annessa al convento dei francescani osservanti, per la quale le aveva commissionato il duca Ettore Pignatelli. Nelle quattro nicchie della crociera sono rappresentati i dottori della chiesa occidentale, e nelle quattro della navata i compatroni della città. Le colossali statue di gesso sono state modellate nel primo Ottocento. Le volte e gli spazi tra le lunette sono ornati da dipinti di Emanuele Paparo, sacerdote-pittore locale (Monteleone 25/12/1778-06/09/1828), mentre nei pennacchi della cupola sono affrescati gli evangelisti attribuiti al pennello di Giulio Rubino (sec. XVIII) anch'egli di Monteleone
Nel museo del duomo sono esposti sacri arredi, opere di pittura e lapidi marmoree.
La chiesa di San Michele, gioiello di arte rinascimentale, è da circa mezzo secolo "in restauro" e quindi chiusa al culto ed ai visitatori.
La chiesa del Rosario, già dei francescani conventuali, assunse questa denominazione nel 1810. In quell'anno fu concessa all'omonima confraternita che ancora svolge le proprie funzioni religiose. Sono conservati i quadri settecenteschi commissionati dalla comunità monastica allontanata agli inizi del XIX secolo. Interessante la trecentesca cappella marmorea De Sirica-Crispo.
La settecentesca chiesa dei gesuiti (la data 1750 è incisa nel frontone), concessa all'ancora attiva confraternita di San Giuseppe durante il decennio dell'occupazione francese, è a navata unica con cappelle laterali e volta a botte. La statua lignea del Patriarca col Bambino e quattro angioletti, attibuita ad un artista napoletano della scuola di Giuseppe Sammartino del '700, è posta nella nicchia dell'ottocentesco altare maggiore, ai lati del quale altri due furono eseguiti nel 1738 dallo stuccatore Onofrio Buscemi palermitano. Tele di autori del '600 e del '700 (T. de Florio, L. Mazzanti, G. Rubino, ed altri non noti) testimoniano il passato religioso.
Solo il chiostro seicentesco è conservato nel convento dei francescani riformati, profondamente rimaneggiato per adibirlo a sede del Convitto Nazionale "G. Filangieri". Nell'annessa chiesa di Santa Maria degli Angeli, ornata di stucchi ottocenteschi, sull'altare maggiore è collocato lo scenografico gruppo della Deposizione che ha il suo centro nel seicentesco Cristo di mistura, venerato anche dai fedeli dei paesi vicini che compiono il pellegrinaggio nei venerdì di marzo. Si sviluppano su tre pareti della sgrastia gli artistici armadi lignei intagliati tra il 1663 ed il 1666 da fra Diego da Monteleone.