Veduta del Santuario di Soriano
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  Il domenicano Antonio Minasi, che così bene ha illustrato la costa tirrenica meridionale, non poteva mancare di cimentarsi col santuario più famoso del suo Ordine esistente in Calabria, quello di San Domenico di Soriano: ed ecco infatti un’incisione inserita in una Vita di San Domenico pubblicata a Napoli nel 1791, che nell’opera viene posta a confronto con la veduta dello stesso santuario dopo i sismi del 1783 che lo hanno severamente colpito. È una figura assai interessante, anche se reincisa su rame da un originale molto noto che ha circolato fino a tempi recenti: l’architettura del grandioso complesso emerge in tutta la sua evidenza, e se ne intuisce sia la potenza economica di cui si faceva veicolo, sia il riflesso artistico che può aver contribuito a suscitare in una regione, la Calabria, dove l’arte non ha mai avuto un peso considerevole nel determinare le vicende umane. Ma emerge anche un’altra qualità della presenza domenicana, e anche certosina in una località poco distante da questa, testimoniata dalla presenza delle figurine in basso. La frequentazione massiccia di fedeli, devoti, frati, visitatori, curiosi, di tutta quella umanità che cerca conforto nei segni monumentali della fede, aveva provocato il sorgere e poi consolidarsi di un gran numero di iniziative direttamente produttive: una cartiera a Pizzoni, la spezieria all’interno del convento stesso, l’impulso alle terracotte rustiche a Gerocarne, le cererie, l’affermarsi di un artigianato ligneo, lapideo e fittile attento alla conservazione di così grande testimonianza di fede, la manifattura di dolci tipici che ricordassero in ogni luogo Soriano e il suo santuario. Di tutto questo non è rimasto quasi traccia dopo il disastro del 1783: solo i mostaccioli, un po’ di cestineria, qualche lavoro in legno ricordano ancora gli antichi splendori che queste fabbriche stimolavano.
 
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