Comuni nell'area del GAL Serre Vibonesi  

Comuni ed Abitanti
(ISTAT 1999)

Acquaro
3245
Arena 2061
Brognaturo 799
Capistrano 1329
Dasà 1500
Dinami 3263
Fabrizia 2970
Gerocarne 2957
Mongiana 950
Monterosso Calabro 2219
Nardodipace 1615
Pizzoni 1626
S. Nicola da Crissa 1859
Serra San Bruno 6836
Simbario 1209
Sorianello 1629
Soriano Calabro 3254
Spadola 829
Vallelonga 866
Vazzano 1323


Totale Area P.A.L. 42339
Tot. Prov. Vibo Valentia 79884

 
IL TERRITORIO
 
     
ACQUARO
C.a.p.: 89832
Prefisso tel.: 0963
Altitudine: 250 m. m.s.l.
Distanza da Vibo Valentia: Km. 31
Santo Patrono: San Rocco

MUNICIPIO
p.zza Municipio
Tel. 096353071 – fax 0963354240
Codice Fiscale: 03313680795
 

AGRICOLTURA
Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti Corso Umberto I, 1 tel. 353531

ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO
"Promuovere Insieme" Via Lucifero, 2 – tel. 354059

COMUNITA' MONTANA: Soriano Calabro
DIOCESI: Mileto
FESTA CITTADINA:
S. Rocco - terza domenica d’agosto (venerdì, sabato e domenica).
MERCATO: giovedì.
SAGRE: in agosto del "Vijuazzu" (pannocchia) - in dicembre della "curuijcchia" (tipico dolce locale).
MOSTRE: del "Ricamo", in agosto.

FINANZA:
Imposte dirette: Serra San Bruno
Ufficio del Registro: Serra San Bruno

FORZE DELL’ORDINE
Carabinieri, Corpo Forestale: Arena
Guardia di Finanza, Polizia Stradale: Vibo Valentia
Polizia di Stato, Vigili del Fuoco: Serra San Bruno

PUBBLICA ISTRUZIONE
Istituto Tecnico Commerciale

GIUSTIZIA
Giudice di Pace: Arena
Tribunale : Vibo Valentia

SANITA'
A.S.L. n. 8 – Vibo Valentia
Ospedale: Soriano Calabro

DA VISITARE
Verso la frazione "Piani", esiste una località denominata "Speranza" dove, circondate da ebeti e pini, si trovano un'area picnic bene attrezzata e una buona acqua di sorgente.

CENNI STORICI
Costituito dal capoluogo, dalla frazione Limpidi e da diverse contrade della zona "Piani", si estende su una superficie di 25,32 km2. Fa risalire la sua origine ai Normanni, fino al 1678 fu di dominio dei Concubet, poi passò agli Acquaviva d'Aragona e successivamente ai Caracciolo di Gioiosa Ionica. Divenuto Comune nel 1811, fu aggregato a Dasà nel 1928 e l’anno dopo riconosciuto Comune Autonomo. Antico Casale di Arena, ebbe notevole rilievo fino al terremoto del 1783, che lo rase al suolo quasi per intero. Confina con i Comuni di Dasà, Arena, Dinami, Fabrizia e San Pietro di Caridà. L’abitato, attraversato dal fiume Amello, si trova a sud-est del capoluogo, a 262 m. s.l.m. ai piedi del versante tirrenico delle Serre, si estende nella vallata dello stesso fiume ed è compreso tra il Mesima e il Montepotamo. La sua economia più consistente è data dall’olio di oliva oltre che dai cereali e l'uva da vino.
Acquaro è una terra ricca di sorgenti d’ acqua oligo-minerale, in località Salandrìa - Fellari - Limpidi. Gli abitanti si chiamano Acquaresi. [up]

 
     
ARENA
Come si arriva
In auto
Autostrada SA – RC Uscita Serre SS 536
In Treno
Stazioni FF.SS Vibo Pizzo – Lamezia Terme
In aereo
Aeroporto di Lamezia Terme
Aeroporto Di Reggio Calabria
 

Enti e Associazioni
Comune – Piazza Gen. Pagano Tel. 0963/355603
Pro Loco – Piazza Gen. Pagano, 1 Tel. 0963/355079 – 0963/355632
Biblioteca Comunale – Piazza Gen. Pagano Tel. 0963/355006
Archivio Storico Caraccolo - Piazza Gen. Pagano – Tel.- 0963/355603
Ufficio del Giudice di Pace - Piazza Gen. PaganoTel. e Fax: 0933/355905
Banca Carime Filiale – Piazza Gen. Pagano Tel. 0963/355601 – 0963/355622
Carabinieri Caserma – Via Santa Caterina Tel. 0963/355604
Corpo Forestale dello Stato Com. staz. - Via Santa Caterina Tel. 0963/355614
Poste e telecomunicazioni – Via Filardo Tel. 0963/355202 – 0963/355419
Guardia Medica - Piazza Pagano Tel. 0963/355312
Parrocchia Santa Maria dei Latini - Via Convento – Tel. 0963/355383
Comunità Montana "Alto Mesima" - Tel. 0963/351269
Scuola Media Statale – Via Berrina Tel. 0963/355083
Scuola Elementare – Via ConventoTel. 0963/355500
Scuola Materna – Via Castello Tel. 0963/355098
"Lancieri di Arena" Associazione Sportiva Venatoria – Via Santa CaterinaTel. 0963/355755

"Un grappolo di case svetta verso il cielo. Tetti fitti e avide finestre si aprono alla frizzante brezza mattutina, inerti si offrono all’infuocata canicola estiva, si piegano inzuppati alla triste bruna autunnale. Rossi tramonti sul tremolio del Tirreno, orli dorati fra le Eolie e l’Appennino. Nubi minacciose e raffiche di vento e bubbolii di tuoni fra le valli. Capricciosi mulinelli tra vicoli e scalette … La fiaba è qui. Pietre solitarie tra fruscii di serpi e nidi di civette: antica nobiltà, potere e misteriose orme tra cunicoli e torrette. Ricchezza e povertà all’ombra del Castello. Sua altezza Arena si offre così, in un mirabile gioco di suggestione antiche e voci del presente, un po’ triste un po’ allegra, ora pigra ora solerte. La campagna è lì ed è un tripudio di profumi e di colori: mille effluvi si diffondono nell’area: qua lavanda, erica e ginestra la rovi, mirto e biancospino. Stridio di grilli e chioccolio di merli. Frinire di cicale e canto di fringuelli … Solarità mediterranea tra fichidindia e peschi. Ulivi e viti tessono storie di donne affaccendate e di fatiche agresti. Brandelli di frantoi e pietre di mulini, gorgoglio di fiumi … tonfi lontani e cantilene antiche. Ridono rossi gerani su balconi e davanzali. La Piazza … l’orologio … e festante squillo di campane…" Cat. Cal. (da "Arena dal vivo" Spigolatura 3)

La Storia
Arroccata su una collina a 496 m. s. m., 2500 abitanti stanziati su un territorio di poco più di 35 kmq., è una delle più belle cittadine dell’entroterra vibonese, ricca di natura, di storia e di arte spesso poco conosciuta. L’altezza della posizione offre un suggestivo panorama e un caratteristico centro storico che ha conservato l’identità urbanistica originale. Tutto il centro è un museo en-plein air: palazzi e modeste casette, casolari abbandonati e viottoli selvaggi segnano gusti e stili di vita diversi. La penuria di spazio edificabile ha dato luogo al primo nucleo attorno al Castello e ha dato origine ad una serie di costruzioni a volte così minuscole concepite per lo stretto necessario, spesso di una sola stanza dove nel passato si è consumata l’esistenza di intere famiglie. L’abitato, dopo giri di vicoli e scalette, si ferma sul punto più alto, al campanaro, grazioso quartiere di pochi metri dove nel passato vi era una torre di vedetta a controllo del territorio. Caratteristica è Via Giudecca nella parte bassa del paese ove nel medioevo per volere di Federico II si stanziarono gli ebrei introducendo ad Arena l’arte della tintoria e della conceria. Tutto l’abitato è frutto dell’ingegno locale che ha saputo sfidare l’erta rocciosa piegandola alle esigenze degli abitanti. Tortuosi vicoli ed impegnative scalinate rendono interessante la passeggiata turistica. Da tutti i punti si può godere uno spettacolare panorama di inestimabile bellezza che va dallo Stretto di Messina alla Costiera di Paola e nelle giornate più limpide si possono scorgere le Eolie in un magico gioco cromatico di azzurro e di verde, di blu, di chiaroscuri dalle mille tonalità. Cittadina di origine remota, porta lo stesso nome di una città Elide, APHNH. Fu municipium romano e, al tempo delle guerre Puniche, presidio militare col nome di Castrum Arenense. Fu Ruggero I il Normanno ad assegnare le Terrae Arenarum al suo figlio naturale Ruggero Culchebert, infatti i fondatori si dissero Culchebert o Corchebret de Arenis. Nel territorio di Arena su donazione di Ruggero I a Bruno di Colonia degli Hortenfaust, sorse la Certosa di Serra San Bruno. Il feudo fu posseduto anche dagli Acquaviva di Aragona, dai duchi d’Atri e dai Caracciolo. Fu centro importante di seta e di legname. Riconosciuta Universitas sotto gli Aragonesi ne diresse le sorti di un vasto territorio che andava dallo Ionio al Tirreno e del quale ne fu capoluogo. Apprezzabile il patrimonio architettonico civile ed Ecclesiastico rappresentato dal Castello, dal Palazzo Civico, da palazzi nobiliari e da quattro Chiese di interessante valenze culturale ed artistica. In esse sono conservate pregevoli statue tra cui si segnalano il Cristo Risorto e la Madonna del buon Consiglio. Il cuore della vita cittadina è rappresentato dalla Piazza, unica in tutto il circondario per ampiezza ed eleganza. Il territorio in parte collinoso, in parte montuoso è ricco di boschi di faggi e di castagni, di uliveti, di vigneti e di frutteti. Esistono ancora presso il fiumi Petriano e Fiume strutture di frantoi e resti di mulini ad acqua a testimonianza di quelli che furono veri e propri opifici di lavoro. Ottima la caccia al cinghiale ed ai tordi. Il bosco produce funghi e frutti di bosco. Vi si arriva all’autostrada Salerno–Reggio Calabria uscita Serre SS 536. Clima mediterraneo. Dialetto ricco di termini di origine magno-greco-latina, francese, spagnola.
(per gentile concessione della Pro loco di Arena nella persona del suo vice presidente Caterina Calabrese)


Il Castello
Il castello fu edificato in epoca anteriore al 1200 molto probabilmente da Ruggero Culchebert figlio naturale di Ruggero I il Normanno. Quanto rimane oggi è la testimonianza di una forte e solida costruzione fatta a scopo difensivo e di dominio ed espressione del potere dei signori che l’hanno posseduto.
Ricco di ori e di oggetti preziosi, arazzi e di quadri, di mobili in noce, abete, faggio;
di camere per qualsivoglia uso, abbellito da balconi, logge e finestre con vetrate alla romana e alla napoletane. Dotato di stalle, sellerie, carcere femminile, civile e criminale, di segreterie e di cancellerie …
Di una chiesa intitolata a San Giorgio; di scalinate e passagi segreti, di un ponte e di un immenso cortile con fontane e zampilli che facevano mille giochi d’acqua. Si legge in un apprezzo del 1653:
" … posto nel luoco più eminente di detta terra (Arena), ove da esse si gode e si vede tutta l’abitazione de’cittadini … Il castello da lungo e da vicino fa una bellissima vista e prospettiva ed è il più bello, forte e sicuro che vi sia in tutta la detta provincia per stare situato in luogo eminente; può restare in qualsivoglia assalto de’nemici e si può mantenere per molto tempo".


Da visitare
Castello Normanno costruito in epoca anteriore al 1200
Acquedotto Normanno
Chiesa Madre Santa Maria dei Latini Statue del Cristo Risorto e dell’Arcangelo Michele
Chiesa S. Maria delle Grazie con facciata tardo – barocca
Statue della Madonna del Buon Consiglio e della Vergine Santa delle Grazie
La Chiesa di San Teodoro e la Chiesa della Beata V. Addolorata al Castello

Centro Storico
Palazzi tardo – settecenteschi (marchesale e baronale)
Ruderi vecchi mulini presso fiume Petrano

Attività-Feste-Tradizioni
La settimana Santa e l’Affrontata
Maria SS. delle Grazie - prima domenica di agosto
Arcangelo Michele - prima domenica di settembre
S. Rocco - seconda domenica di ottobre
Santo Patrono Nicola - 6 dicembre

Fiere Bestiame
Giovedì precedente la prima Domenica di Agosto
Giovedì precedente la prima Domenica di Settembre

Mercato
Sabato – Piazza Gen. Pagano [up]

 
     
BROGNATURO

C.a.p: 89822
Prefisso tel.: 0963
Superficie territoriale: Kmq 24,50
Altitudine: 749 m. m.s.l.
Distanza da Vibo Valentia: Km. 41
Santo Patrono: S. Maria Consolazione

MUNICIPIO
p.zza Municipio
Tel. 3096353071 – fax 0963354240
Codice Fiscale: 03313680795

Cenni Storici
Fu Feudo dei Marchesi di Arena, di G. b. Soriano, di Ferrante Carafa, di Gaspare Passarella,di Tommaso Sersale e di Paolo di Sangro. Fu sconquassata dal terremoto del 1783. La Chiesa parrocchiale conserva un gruppo marmoreo dell’Annunciazione, opera dello scultore Carrarese G. B. Mazzolo (1532).
Nonostante una esigua popolazione di appena 900 abitanti, il Comune si estende su una superficie di 24,50 km2; si trova a sud-est di Vibo Valentia e sorge a 755 m. sul versante ionico delle Serre.
Brognaturo è un centro agricolo dedito alla produzione di frutta e cereali.
Da visitare la chiesa parrocchiale che conserva un gruppo marmoreo dell'Annunciazione, opera dello scultore G.B. Mazzola (1500).
Festa: Madonna della Consolazione, la prima domenica di settembre, preceduta da una fiera di tre giorni.

Brognaturo, centro agricolo del versante ionico delle Serre, è situato ai piedi del monte Tramazza, a 755 m.t. sul livello del mare, sulla sinistra del fiume Ancinale.
Del paese di Brognaturo non si trova traccia nelle documentazioni normanne, sveve, e angioine rimaste fino a noi.
Un documento del periodo aragonese risalente agli anni 1457-1458 rileva l’esistenza del casale di Brognaturo che doveva esistere già da tempo per essere presente nell’elenco dei casali tassati.
Brognaturo ebbe varie vicissitudini a livello politico e fu riconosciuto comune nel 1811. Subì inoltre notevoli danni nei terremoti del 1783 e soprattutto nell’ultimo grande terremoto del 1905.
La storia di Brognaturo è legata a quella del convento dell’Annunziata.
Il monastero in questi quattrocento anni di esistenza ha esercitato un ruolo fondamentale nella crescita socio-culturale oltre che spirituale dei cittadini di Brognaturo e di quelli dei paesi vicini.
Tale influenza fu talmente forte che la popolazione di tutto il circondario, dimostrando una grande devozione al culto della Madonna, fece commissionare nel 1530 a Giovan Battista Mazzolo, toscano operante in Messina, un gruppo marmoreo raffigurante la scena dell’Annunciazione.
Attualmente tale monastero è in disuso.
I siti di interesse storico, culturale e naturalistico a Brognaturo sono rappresentati da:
Chiesa di Santa Maria della Consolazione ove è ancora conservato il gruppo statuario marmoreo rinascimentale raffigurante l’annunciazione opera dell’artista G.B. Mazzola;
Palazzo Tiani qualificato documento di architettura civile con cortile interno ed entrata attraverso un imponente arco, realizzato con pietra granitica locale, testimonianza della vocazione artistica della zona, grazie alla presenza di abili artigiani.
Botteghe artigiane per la lavorazione delle pipe soprattutto ad opera dell’artista/artigiano Grenci, che realizza i suoi capolavori in radica di erica intagliata, forgiando opere molto apprezzate dagli estimatori di tutto il mondo.

AGRITURISMO
Azienda Agrituristica " Fra Tass"
C.da Forge Vecchie
tel. 096374137 – 74517

ALBERGHI
Hotel Residence Lacina
tel. 03385047300

COMUNITA MONTANA
Serra San Bruno
FINANZA
Ufficio del Registro e Ufficio Imposte: Serra San Bruno
FORZE DELL’ORDINE
Carabinieri: Serra San Bruno
Guardia di Finanza: Catanzaro
GIUSTIZIA
Giudice di Pace: Serra San Bruno
Tribunale: Vibo Valentia
SANITA'
A.S.L. n. 8 – Vibo Valentia
[up]

 
     
CAPISTRANO

C.a.p.: 89819 – Prefisso tel.: 0963
Superficie territoriale: Kmq 20,94
Altitudine: 340 m s.l.m.
Distanza da Vibo Valentia: Km. 38
Santo Patrono: San Nicola di Bari

MUNICIPIO
via D. Alighieri
tel. e fax 0963325085
Codice Fiscale: 00297810798

Cenni Storici
L’origine di questo paese rimonta al 6° secolo dell’era volgare. Quando l’infuriare della guerra franco- spagnola ebbe le sue ripercussioni in Calabria esisteva un piccolo paese sulle pendici del M. Cappari (960), donde fosse per l’enorme rigidità la popolazione scese alla collina, costruendovi il villaggio attuale. Poco dopo avvenuta la distruzione di Rocca Angitola, parte di quei cittadini venne a popolare Capistrano. Ad aumentare tale popolazione, contribuì l’esodo di Montesanti.
Indicato come CAPIZ (1121) CAPUT (1124) CAPISTRUM (1156) CAPISTICUM (1226) CAPISTRANUM (1310) CAPISTRANO (1700) Il paese si chiamò Capistrano Motta Montesanti, ed, in seguito gli ultimi due nomi vennero eliminati.Si costituì attorno all'Abazia di S.Maria fondata da monaci Basiliani, provenienti dalla Sicilia, tra la fine del IX e l'inizio del X secolo. CASALE di ROCCA ANGITOLA, fu quasi distrutto dai Saraceni nel 950, Sotto la dominazione Angioina, fu feudo dei Conti d'Arena e nel 1276 contava appena 343 abitanti. Ceduto per breve periodo alla Certosa di Serra S.Bruno, fu asservito, come facente parte dello Stato di MILETO prima ai SANSEVERINO, poi ai MENDOLA e infine ai SYLVA sino al 1807, anno d'abolizione della feudalità, Fu quasi raso al suolo dal terremoto del 28/3/1783. .E' comune autonomo dal 4 Novembre 1911. Paese collinare (355 mt. s.l.m.) alle falde del monte Coppari (961 mt. s.l.m.). CAPISTRANO dista circa 30 km da Vibo Valentia, 35 da Serra S.Bruno e 20 da PIZZO Calabro, è circondato a macchia mediterranea e da estese coltivazioni di olivo (una delle principali fonti di reddito); possiede un discreto patrimonio boschivo montano incontaminato e godibile per la presenza di aree attrezzate e sorgenti d'acqua (Capistrano è ricca di sorgenti d’acque oligo-minerali in località Marsillo-Badia).
Gli abitanti si chiamano Capistranesi.

COMUNITA MONTANA: Chiaravalle Centrale
DIOCESI: Mileto
FINANZA: Imposte Dirette e Ufficio del Registro: Vibo Valentia
FORZE DELL’ORDINE:
Carabinieri: Monterosso Calabro Corpo Forestale : Lamezia Terme
Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Stradale, Vigili del Fuoco: Vibo Valentia
GIUSTIZIA: Giudice di Pace: Pizzo - Tribunale: Vibo Valentia
PUBLICA ISTRUZIONE:
Distretto Scolastico: Vibo Valentia Direzione Didattica: Monterosso Calabro
SANITA': A.S.L. n. 8 e Ospedale: Vibo Valentia

Festa
San Nicola da Bari il 6 dicembre e San Rocco la seconda domenica di settembre.
Fiera
Madonna della montagna dal giovedì al sabato precedenti la seconda domenica di agosto.
Mercato
lunedì e venerdì.

Musei e monumenti
Chiesa XVII sec. con cenotafio di probabile scuola canoviana e con affresco attribuito a Renoir
Statua del Cristo Redentore (altezza m.6)
Fontana Batia

C'e' da vedere
Chiesa Madre in stile Tardo-Barocco del secolo XII con portale bronzeo dello scultore Farina.
Cenotafio di probabile scuola Canoviana raffigurante Pietro Buongiorno.
Quadro "Miracolo di Polsi" dell'artista Zimatore.
Affresco "Battesimo di Gesù" attributo al P.A.Renoir.
Statua di Cristo Redentore sita in località "Piano di Rollo".
[up]

 
     
DASA’

C.a.p.: 89832
Prefisso tel.: 0963
Superficie territoriale: Kmq 6.19
Altitudine: 310 m. s.l.m.
Distanza da Vibo Valentia: Km. 28
Santi Patroni: S. Nicola S. Michele

MUNICIPIO
Corso Umberto
Tel. 0963353057 – fax 0963353596
Codice Fiscale: 00326650793

  Il suo territorio è di 6.19 Kmq si trova a 263 mt sul livello del mare, dista da Vibo Valentia 33 Km., e dal capoluogo di regione Catanzaro 88 Km, dalla stazione ferroviaria di Pizzo 36 Km, e dalla aerostazione di Lamezia Terme 60 Km. L’abitato sorse nel XII secolo attorno al monastero Brasiliano di San Lorenzo posto alla distanza di circa 250 mt. e separato dal torrente Petriano. San Lorenzo è il parco delle rimembranze dei comuni del mandamento di Arena, ove 4 cannoni, tolti ai nemici, posto all’ombra dei maestosi pini ricordano i caduti della prima guerra mondiale. Fu uno dei casali del feudo di Arena con il numero maggiore di fuochi (famiglie) 128 tenuti prima dei Conclubet, poi dai Caracciolo.
I terremoti del 1783 e del 1905 lo distrussero quasi interamente il primo fu cantato in versi da notaio poeta Pier Giovanni Salimbeni ne "il Rabbino ovvero i terremoti di Calabria" pubblicato a Napoli nel 1789. L’ordinamento amministrativo disposto dai Francesi per legge 19/01/1807, faceva di Dasà un luogo, cioè università, nel governo di Soriano. Il ritorno del 1811 lo assegnò al circondario di Arena. Il territorio è quasi interamente coperto di olivi. In passato si allevava il baco di seta, con filanda e tessitura anche in loco. Molti dei dasaesi sono emigrati nelle americhe, oceania e paesi del M.E.C.. Da vedere ed ammirare gli antichi portali in pietra del 600, la croce di pietra che si eleva sul lato sinistro della Chiesa parrocchiale posta nel 1583, nella Chiesa della Conoscenze (1483) la statua lignea della Consolazione del XV secolo, il grande quadro ad olio su tela della Madonna del Rosario (1588), il maestro Crocifisso ligneo ed il quadro di San Sebastiano(600). Nella Chiesa dell’Immacolata tele e sculture locali del 700 e 800.(da una Nota dell’amministrazione Comunale).
Il paese è posto in una lussureggiante e stretta valle circondata da veri e propri boschi di secolari ulivi. Il torrente Petriano, che scorre al lato dell’abitato, defluendo giù nella valle rende verdeggiante e ricco di acque il paesaggio. Le colline intorno abbondano di querce e di castagni.
A sfogliare le varie enciclopedie e dizionari dei Comuni d’Italia e della Calabria, tutti sono concordi nel dire che Dasà sorse attorno al monastero di San Lorenzo dei padri Basiliani posto a 250 metri dall’abitato e separarto dal mensionato torrente Petriano. Quanto al periodo le date oscillano tra XII, XIII e XIV secolo: quindi ancora nulla di preciso. Incerta pure l’origine del nome: chi afferma che derivi dal greco che significa: "luogo selvoso", chi dal fatto che significhi: "sorto da sè". Le ipotesi di sopra sulla fondazione del paese sono attendibili, ma finora, la prima notizia certa su Dasà è del 1466, rinvenuta in alcune carte dell’archivio di Stato di Napoli, riportate negli scritti di E. Pontieri.
E’ pure sicuro che, probabilmente, fin dal tempo dei Normanni, fù uno dei casali del feudo d’Arena, tenuto prima dai Marchesi Conclubet fino al 1678, poi dagli Acquaviva, e infine dai Caracciolo che lo tennero fino all’eversione della feudalità.
Il terribile terremoto del 1783 distrusse il paese quasi completamente, provocando piu’ di 50 morti.
Nei primi anni del secolo XIX si sono trasferiti a Dasà i pochi nuclei familiari rimasti dai dismessi casali di " Bracciara"e "Pronìa", due località, non più esistenti vicine al paese.

FESTE DEL PAESE
Il martedì dopo Pasqua, a "incrinata";
Maggio: mese dedicato alla Madonna della Consolazione;
San Rocco, in agosto;
Il 6 dicembre: San Nicola Protettore;
L’8 dicembre: festa dell’Immacolata (Fiera caratteristica annuale: 7-8-9 dicembre);
Mercato settimanale: mercoledì.

COMUNITA’ MONTANA
Soriano Calabro

FINANZA
Ufficio Registro e Ufficio Imposte: Serra San Bruno

FORZE DELL’ORDINE
Carabinieri: Arena
Guardia di Finanza: Vibo Valentia

GIUSTIZIA
Giudice di Pace: Arena
Tribunale: Vibo Valentia

ISTITUTI DI CREDITO
Banca di Credito Cooperativa "Dasà"
Costituita il 5 Aprile 1983
Via Provinciale, 31 – tel. 0963353480

SANITA’
A.S.L. n. 8 – Vibo Valentia

Tra gli edifici più antichi del paese c’erano: la Chiesa Matrice (ora non piu’ esistente), la Chiesa della Consolazione, il palazzo dei Bruni sito in largo San Giovanni, (rilevante la parte al piano terra, con la sua copertura a volte, sorretta da archi che in origine erano gli "zzimbi" -le stalle- del marchese di Arena) ed altri edifici di culto, oggi comunque distrutti.
Sul lato destro della Chiesa Parrocchiale si eleva "A Cruci i petra", il più antico monumento del paese, che consiste in una colonna troncopiramidale del 1583, su cui poggia una croce anch’essa di pietra di epoca diversa. Famosa perché i sedili posti sotto sono stati, e sono tutt’ora, luogo d’incontro dei Dasaesi.
Numerosi ed interessanti sono, lungo le vie del paese i portali in pietra, alcuni dei quali, sono di pregevole fattura.
Caratteristico, poi, è il vecchio centro storico, il quale con le sue viuzze strette, i balconi e le scale che scendono in fuori, ha il tipico aspetto della secolare civiltà contadina.
Poco distante dal paese, lungo la strada per Arena, si trova, su una collinetta amena che guarda il paese, la località "San Lorenzo, con alcuni grandi e chiomati pini e 4 cannoni, residuati bellici.
Qui, tra il 1000 e il 1100, fu fondato un famoso convento dei monaci Basiliani, dotato di grosse rendite e che assunse un grande importanza nella zona. Distrutto dal terremoto del 1783, alla fine degli anni 20, su donazione del prof. Gaetano Corrado, è stato trasformato in Parco delle Rimembranze in ricordo di tutti i caduti della guerra 1915-18 del mandamento di Arena. Il Re per questa occasione, donò i quattro cannoni tedeschi sequestrati al nemico e su cui furono applicate delle lapidi dedicate ai caduti di Arena, Dasà, Acquaro e Dinami.

La festa più importante del paese si celebra il martedì dopo Pasqua "A ‘Ncrinata" (l’incontro della Madonna con il Cristo Risorto accompagnato da San Giovanni Evangelista).
L’importanza della festa si identifica con il distico popolare (miej mu si cavaju e m’hai a musca, ca nomm’hai dinari u marti i Pasca) (meglio essere sottoposti a punture di mosche che non avere soldi per festeggiare degnamente il martedì di Pasqua). La festa è preceduta da secolari tradizioni, scrupolosamente rispettate, che si svolgono il pomeriggio, la sera e la notte tra lunedì e martedì.
Dasà subì, tra la fine del 1800 e i primi del 1900, il primo grande flusso migratorio verso le Americhe. Un altro tributo di vite umane lo diede alla Patria nelle due Guerre Mondiali, testimoniato dai monumenti ai Caduti siti nella piazza del paese. Il secondo flusso migratorio, dopo la seconda guerra mondiale, fù verso le città del nord Italia, esso ha avviato un lento, ma inesorabile decremento demografico, riducendo sensibilmante la popolazione.
Fino agli anni 50-60, l’economia del paese era prevalentemente agricola: primeggiava su tutte, la produzione di olio, con numerosi frantoi e un sansificio, si coltivava la vite, il baco da seta, il mais e il grano (questi ultimi macinati nei mulini ad acqua del luogo).
Numerosi erano gli artigiani del legno, del ferro e della pietra. Oggi è rimasta solo la produzione d’olio a rianimare ancora l’economia.

In località Bracciara esistono piante di ulivo secolari, monumenti alla memoria del lavoro umano. Si tratta di un patrimonio di inestimabile valore perché sono testimonianza vivente dell’amenità del luogo,
del lavoro dell’uomo e di una certa riconoscenza della natura nei confronti di chi altre aspirazioni non ha avuto durante la propria vita, se non quella di alimentare la salvaguardia del patrimonio ambientale, dei prodotti naturali e della simbiosi uomo-natura.
Per quanto riguarda il patrimonio storico-artistico citiamo: La Chiesa Parrocchiale, dedicata a San Nicola e San Michele, Patroni del paese, dove, all’interno, vi sono alcune sculture lignee dei secoli XVIII e XIX, un grande crocifisso di legno del 1655, una tela raffigurante San Sebastiano del 1775.
La Chiesetta dell’Immacolata, sede dell’omonima confraternita, dove si conservano sculture lignee e tele di artisti locali del ‘700 e del’800.
La Chiesa della Consolazione edificata nel ‘400 ricca di pregevoli decorazioni a stucchi risalenti al 1850, sede della Confraternita del Santissimo Rosario. Qui all’interno si conserva un grande quadro ad olio su tela raffigurante la Madonna del Rosario. Nella nicchia dell’altare ligneo, tardo settecentesco è esposta una pregevole e molto venerata statua lignea del XV secolo raffigurante la Madonna della Consolazione.
La manifestazione si svolge verso mezzogiorno, alla periferia del paese, in località " Arco", fino a poco tempo fa immersa nel verde degli ulivi. La statua della Madonna, con sulle spalle il manto nero che nasconde quello azzurro, accompagnata dalla confraternita del Rosario, viene portata a spalla sul luogo descritto dai portatori che hanno vinto l’incanto. Dalla Chiesa parrocchiale, con un’altra processione, accompagnata dalla confraternita dell’Immacolata, escono insieme le statue del Cristo Risorto e di San Giovanni. Arrivati sul posto, San Giovanni, con passo cadenzato,s’avvia a portare l’annuncio della Resurrezione alla Madonna, in attesa. Quindi ritornano insieme, di corsa, verso il Cristo tra le grida e i pianti di moltissimi fedeli che, correndo anch'essi , seguono le statue. Alla vista del Cristo cala il manto nero dalle spalle della Madonna e quello azzurro si confonde con l’azzurro del cielo. La commozione si legge sul volto dei presenti, mentre si diffondono le festose note musicali, e gli scoppi di mortaretti annunciano ai paesi vicini che a Dasà "ncrinau a Madonna".

Esiste una leggenda che racconta di un’incursione di briganti i quali devastarono l’abitato della piccola località di Bracciara compresa la chiesa. Tra i ruderi di quel saccheggio rimase l’altare con la statua lignea raffigurante appunto la Madonna della Consolazione.
Si racconta anche che i paesi vicini, Dasà, Acquaro e Arena subirono più o meno lo stesso saccheggio; i loro abitanti, in procinto di edificare una nuova chiesa, rivendicarono il possesso della statua che venne prelevata con una carro trainato da buoi ma che, dopo appena qualche centinaia di metri si fermarono senza più volere continuare proprio alle porte di Dasà, nel luogo dove oggi sorge la chiesa che conserva la statua.
Quanto ad eventi memorabili di calamità riguardanti il territorio di Dasà, è riportata in atti e documenti, la peste del 1656, per non aver fatto vittime in Dasà (evento miracoloso attribuito alla protezione della Madonna della Consolazione).

UOMINI ILLUSTRI
Tra le persone che nel tempo dettero lustro a questo piccolo centro, si ricordano:
Giovanni Battista Lupari, vicario generale della diocesi di Mileto nella prima metà del ‘600; Padre Gennaro Mattei dei Minniti, vescovo di Nicotera (lo volle esaminatore sinodale L’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Antonio Pignatelli e successivamente Papa InnocenzoXII); Canonico Tommaso Scaramozzino (1695-1769), successivamente arciprete della Cattedrale di Mileto; Pier Giovanni Salimbeni, notaio e poeta; i fratelli Pasquale e Nicola Calcaterra del barone Vincenzo, entrambi pesatori, rispettivamente avvocato e medico.
Il primo fu governatore di Gioiosa (RC), il secondo nei primi dell’800 amministratore della Certosa dei Serra S. Bruno.
[up]

 
     
DINAMI
     
Il Comune ha origini bizantine. Ha una superficie di 44.06 km2 con una popolazione di 4.000 abitanti; si trova a 35 km a sud-est del capoluogo ed è situata a 260 m. sul versante nord occidentale del monte Crocco.
Le principali risorse economiche provengono dalla produzione dell’olio d’oliva, dai cereali e dall’allevamento ovino e bovino.
Dinami sorge sulle appendici delle Serre incuneato nella vallata del fiume Torno ad una quota altimetrica di 260 m dal livello del mare, e conta circa 3000 abitanti.
Le sue origini risalgono all’epoca Bizantina
 
L’economia prevalente è quella agricola: uliveti, agrumeti, seminativi, ed anche artigiana con la lavorazione del legno. Si raggiunge dall’autostrada in prossimità dell’uscita per Mileto per poi proseguire sulla provinciale per Dinami.
Chiesa di Santa Maria della Catena: una delle opere più interessanti da visitare è la statua lignea raffigurante la Madonna effigiata in legno di tiglio, notevole per la sua precisa anatomia, e la profonda espressione umana. La Vergine, in piedi, regge con la sinistra il bambino Gesù mentre, con la destra, solleva con la catena un piccolo schiavo che sta in ginocchio ai suoi piedi. La statua è stata ideata e realizzata dal De Lorenzo della vicina Garopoli, nato nel 1742 e morto nel 1812. Si ritrova ancora un crocefisso ligneo opera di uno scultore del XV secolo proveniente da Soreto.
Se diamo uno sguardo panoramico al paese, siamo subito colpiti dalla torre Civica, dal Municipio e dal mercato coperto, tutto in stile medievale con archetti e merletti, fuso con lo stile Veneziano, concepiti ed ideati, nel 1930, dall’Ing: Francesco Principato quando era Podestà di Dinami.
La torre, alta 15 metri, ha un antico orologio il cui movimento è assicurato da un sistema di pesi.Ai piedi della torre vi è un potente muraglione di pietra scolpita che tutta la protegge e la circonda; esistono ancora oggi i resti di un antico castello baronale ricostruito dopo il terremoto del 1659.
Sito a circa 4 km dal centro abitato vi è Soreto, antico villaggio che fu distrutto dal terremoto del 1783, oggi restano in piedi le cosiddette "Mura di Soreto". In questa area ci sono i resti dell’antico Monastero di S. Maria de Jesu realizzato nel secolo XV, dal frate agostiniano Beato Francesco da Zumpano (CS) di cui oggi è possibile ammirare le tre absidi laterali, un arco a tutto sesto in stile romanico-gotico, blocchi di pietra scolpita che componevano la volta ed il rosone raffigurante un liocorno con stemma baronale situati al centro della cupola dell’abside centrale sorretto da un insieme di archi a crociera.

Da visitare
la chiesa di S. Maria delle Grazie ed i ruderi di San Francesco di Soreto (1400)
Feste: San Michele Arcangelo, il 29 settembre; Madonna della Catena, la seconda domenica di luglio.
Fiere: San Francesco, la seconda domenica di maggio; Madonna della Catena, dal venerdì precedente la seconda domenica di luglio.
[up]
 
     
FABRIZIA
     
Fabrizia e' un Comune della Provincia di Vibo Valentia posto a 947 s.l.m. sul versante jonico nelle serre nella conca dell'alto bacino imbrifero della fiumara Allaro, ai piedi delle cime piu' elevate di tutta la catena appenninica tra monte Crocco e monte Pecoraro.
Il suo territorio attuale misura kmq 38,78 e confina con i Comuni di Acquaro, Arena, Mongiana, Nardodipace in provincia di Vibo Valentia, Galatro, Grotteria, Martone, San Pietro di Carida' in provincia di Reggio Calabria.
 
Fabrizia e' il solo paese del circondario serrese a godere della prospettiva del mare Jonio. Il Comune e' attraversato dalla strada provinciale 501, che parte dalla statale 110, una delle principali vie di comunicazione trasversali della regione Calabria, per poi, dopo Fabrizia, scendere verso lo jonio attraversando Grotteria.
Fabrizia nasce nel 1591 ad opera del Principe di Roccella, Fabrizia CARAFFA. Dapprima e' indicato come villaggio sottoposto a Castelvetere (oggi Caulonia )poi a Roccella fino al 1644, allorche' e' proclamato comune autonomo, a cui viene assegnato non solo il territorio attuale ma anche quello di altre localita' in quel tempo sconosciute, ossia Mongiana, Nardodipace, c/da Bellardina, Nardodipace Vecchio, Camoli, S. Todaro, Cassari, Prateria, Ragona' e Passo di Croceferrata. In seguito al terremoto del 1873 gli abitanti di Fabrizia fondarono diversi villaggi tra i quali Nardodipace, S. Todaro ecc. mentre cominciarono ad edificare le contrade Cima e Mungiana allorquando vennero istituite le Regie Ferriere.
Durante il decennio francese la zona era indicata sotto il nome di "FABRIZIA E MONGIANA" in quanto comune comprendente i due centri. Con decreto Reale del 06.12.1852 il territorio originario di Fabrizia venne smembrato in piu' parti: Mongiana divenne comune autonomo, Prateria fu assegnata a San Pietro di Carida' ed i villaggi di Nardodipace Vecchio, Ragona', Camoli e S. Todaro furono riconosciuti demani autonomi che nel corso del XX secolo poco alla volta saranno definitivamente sganciati dall'amministrazione Fabriziese.

Sagre e feste
Festa Sant'Antonio da Padova
Festa SS.Maria del Carmelo 1 domenica di agosto
Festa SS. Maria del Rosario 2 domenica di settembre
Estate Fabriziese 16 luglio 25 agosto

C'e' da vedere
La Chiesa Matrice di Sant'Antonio da Padova sita in piazza Regina Megherita
Boschi, montagne, natura
Fiere: S. Antonio di Padova, dal 13 giugno fino alla domenica successiva e Madonna del Carmine, il sabato precedente la prima domenica di agosto.
Mercato: martedì. [up]

 
     
GEROCARNE
Il territorio, il più vasto della Provincia del vibonese, si estende su una superficie di 44,93 km2; è situata a 241 m. nella valle del torrente Morano sul versante tirrenico delle Serre; si trova a 27 km a sud-est dal capoluogo ed ha una popolazione di 3.000 abitanti.
Di origini molto antiche il suo nome significa "sacra carne".
Il paese è situato su due dossi del fiume Morano e si estende come territorio per circa 45 Km. Gerocarne sorse come villaggio di Arena rimanendo in seguito sotto il dominio dei Conclubet dall’epoca dei Normanni fino al 1678. Divenne Comune autonomo nel 1811.
 
L’economia principale è agricola e artigiana, basata sulla produzione di olio e sulla lavorazione della argilla. La popolazione effettiva e di circa 3000 unità ma gran parte sono emigrati all’estero in cerca di lavoro.
Dall'uscita dell'autostrada "Serre", si imbocca la statale 182 in direzione Soriano, per circa 9 Km. Una volta nel centro di Soriano si prosegue sulla Provinciale per Gerocarne.
Sono pochi i punti di attrazione di interesse storico, culturale e naturalistico che saranno di seguito elencati:
La chiesa Matrice, di fondazione medievale, intitolata a Santa Maria de Latinis fu ricostruita dopo il terremoto del 1783. Al suo interno è possibile visitare delle opere importanti come la croce argentea processionale, opera di oreficeria calabrese del sec. XV e una statua lignea raffigurante Santa Rita opera di De Lorenzo;

Il bosco di Morano è ricco di lecci e castagni (alcuni secolari) è famoso tra l’altro, per aver dato rifugio al brigante Musolino. E’ attraversato dall’omonimo fiume che forma in diversi punti delle interessanti cascate;
Il vivaio di Ariola sorge nella parte alta del comune in prossimità della Frazione "Ariola" a circa 5 km dalla statale 182 Soriano-Serra San Bruno, dove è ubicato lo svincolo con le indicazioni per raggiungere il luogo. L’area si estende per circa 12 ettari occupati da oltre 300 varietà di piante da ammirare per la loro bellezza e per la distribuzione lineare. Il vivaio è provvisto anche di un laghetto che viene utilizzato per annaffiare l’intera superficie. L’ispettorato demaniale dello Stato cura con particolare attenzione questo luogo, punto di attrazione per gli appassionati della natura e per chi ama i picnic in paesaggi suggestivi;
L’artigianato tipico locale è quello della lavorazione dell’argilla, antica e nobile tradizione che si è tramandata sino ai giorni nostri.

Da visitare la chiesa medievale di Santa Maria de’ Latinis, ricostruita dopo il terremoto del 1783.
Feste: S. Sebastiano Martire, il 20 gennaio; Corpus Domini, a giugno; Madonna del Carmelo, il 16 luglio e San Rocco il 16 agosto.
Mercato: lunedì e venerdì.
In località Fontevecchia, Vecchio Nucarella, Ciano e Timpaneju d'Ariola vi sono sorgenti di acqua oligo-minerale.
[up]

 
 
     
MONGIANA
     
Il Comune è stato fondato l'8 marzo 1771 sul colle Cima, quale residenza delle guarnigioni militari impegnate nelle Regie Ferriere e nelle fabbriche d'armi, volute da Ferdinando IV di Borbone e la Villa Vittoria.
Oggi è una caratteristica località immersa tra i boschi e attraversata da corsi di acqua limpida: l'ideale per chi ama vivere a diretto contatto con la natura.
 

Ha una superficie di 20,70 km2 ed una popolazione di 1000 abitanti; si trova a 43 km a sud-est dal capoluogo ed è situata a 922 m. sul versante ionico delle Serre. Nelle vicine località si San Nicola, Ciaramida e Limite vi sono sorgenti d’acqua oligo-minerale. Da visitare i resti delle Fonderie Pubbliche Borboniche e la Villa Vittoria.
Feste:
San Rocco, il 16 agosto
Santa Maria delle Grazie, 1 e 2 luglio.


Altre Notizie Cenni Storici
Mongiana è situata nel centro delle Serre Calabre, tra il mar Ionio e il mar Tirreno, in un’oasi di verdi e lussureggianti boschi di conifere e latifoglie.
E' stata fondata alla fine del 1700, sul territorio di Fabrizia. La sua origine è legata indissolubilmente alla costruzione di antiche ferriere appartenenti originariamente al demanio di Stilo. Successivamente nel periodo borbonico, Ferdinando IV di Borbone fece costruire una fonderia e una fabbrica d’armi per le Regie Ferriere.
La fiorente attività siderurgica occupò numerosi operai e artigiani. Nel momento del suo massimo sviluppo si stima che le persone occupate che risiedevano a Mongiana erano circa 2.700.
L’attività delle ferriere, acquistò negli anni maggior prestigio, tanto che, a Mongiana, vennero forgiati i pezzi in ferro per la realizzazione dei primi ponti sospesi d’Italia, di cui due prestigiosi esempi furono, nel 1828, il ponte sospeso del "Real Ferdinando" sul fiume Garigliano e nel 1835 il "Maria Cristina" sul Calore.
E’ inoltre a Mongiana che vennero costruite le rotaie per la prima ferrovia italiana la "Napoli-Portici", nonché il particolare fucile in dotazione all’esercito borbonico, denominato appunto modello "Mongiana".
Nel periodo tra il 1815 e il 1860, prima con la vendita al garibaldino Achille Fazzari e poi con la costruzione delle officine di Pietrarsa, l’attività delle ferriere si ridusse fino a chiudere definitivamente.
Mongiana divenne comune nel 1852.
Nella campagna antistante il paese, resti delle antiche fonderie;
Fontana in granito, opera di abili scalpellini locali, presenti all'epoca in numero considerevole nella zona. Posta al centro della piazza ove è ubicata l’antica fabbrica d’armi, costituisce un bel monumento baroccheggiante;
Nel paese, a fianco del palazzo comunale si possono visitare i ruderi dell’antica fabbrica d’armi del XVIII secolo. L’edificio superstite è composto da un atrio centrale, con all’interno delle piccole colonne in ghisa. L’ingresso è caratterizzato da due colonne, in stile dorico, sormontate da un architrave, il tutto realizzato in ghisa;
Chiesa delle Grazie, ad una navata con decorazioni a stucco. In essa è custodita una pala d’altare, dipinta ad olio su tela, riproducente "San Ferdinando in Preghiera" del 1857, opera di G. Simonetti, donata dal Re Ferdinando II. Vi si trova inoltre un bassorilievo in legno raffigurante "l’Ultima Cena" del 1970 opera dello scultore locale Raffaele Tucci;
Monumento ai Caduti, opera in bronzo eseguita da uno scultore "mongianese" , Giovanni Salvatore Pisani (1859-1920), conosciuto per le opere sparse nella zona, a Napoli, Sondrio, Tirano (SO), San Martino della Battaglia (BS).
Mongiana è soprattutto natura.
Infatti sono molte le aree boschive ricche di fitte pinete, faggete e boschi incontaminati, ove si è riusciti a trovare il giusto equilibrio tra natura e sfruttamento del legname, grazie soprattutto all’opera costante, sul territorio, del Corpo Forestale dello Stato.
Numerosi sono i punti di attrazione naturalistica a Mongiana:
L’Allevamento faunistico, con esemplari di daini, cinghiali, volpi, lepri ecc;
Le riserve naturali biogenetiche "Cropani-Micone" e del "Marchesale" , ove all’interno sono presenti importanti specie arboree, con alberi di alto fusto come imponenti esemplari di Abete Bianco (Abies Alba);
Numerose le aree attrezzate, di cui la più suggestiva e più gradita, ai tanti ospiti soprattutto estivi, è quella denominata "il laghetto" nome derivato dalla presenza di un caratteristico lago artificiale. Vi si accede attraverso un ombroso sentiero che corre parallelo al corso del fiume Allaro. Caratteristici lungo il percorso sono i numerosi ponti in legno che consentono di attraversare le due sponde del fiume, e conducono alle varie aree attrezzate, che, dislocate in ambiti appartati e raccolti, sono forniti delle comodità necessarie alla sosta e alla preparazione dei cibi all'aperto, con barbecue, rifugi, ecc.
Il sentiero giunge in prossimità del "laghetto" ove l’area circostante è dotata di attrezzature e spazi per la sosta, il relax, il gioco.
Villa Vittoria, Centro Polifunzionale del Corpo Forestale dello Stato, ubicata all’interno della Riserva Naturale Biogenetica "Cropani-Micone" a 910 metri s.l.m.. Posta alla periferia di Mongiana, costeggia la SS 510 che costituisce la via di accesso al centro. La struttura costituisce un costante punto di riferimento, oltre che per il turismo montano, per visite didattiche e per gli stage legati ai problemi ecologici ed ambientali organizzati da Università.
All’interno di Villa Vittoria, si dipartono numerosi sentieri naturalistici interni aventi lo scopo di far riscoprire la natura:
Sentiero delle piante officinali;
Sentiero geologico;
Sentiero botanico;
Sentiero faunistico;
Sentiero dei frutti perduti;
Nelle riserve naturali delle serre "Cropani-Micone" e del "Marchesale" sono stati elaborati, numerosi percorsi naturalistici, a cura del Corpo Forestale dello Stato di Mongiana, ove è possibile richiedere l’opuscolo contente tutte i percorsi e diverse informazioni come i tempi di percorrenza, difficoltà ecc.

Si riportano di seguito solo i nomi dei percorsi naturalistici:
Cropani Micone e foresta di San Mauro
Marchesale
Da Santa Maria del Bosco alla Certosa
Ferriere
Ferdinandea
Valle Fonda (Tasso)
Acqua Fredda (Agrifoglio)
Faggio del Re (Picchio)
Stagno dell’Arruggiato (Salamandra)
Sentiero di "Jocà" (Volpe)
Spirricasu- Cupa di nandu (Lepre)
Bruno Grillo- Fontana della Signora (Riccio)
Bruno Grillo-Centro ippico "Le ferriere" (Cavallo)
Fontana della Rota- Favello (Airone)
Il percorso più suggestivo è quello del sentiero Frassati della Calabria (Mongiana - Serra San Bruno), che permette di ammirare la natura incontaminata, nonché le tracce di vecchi mulini e casolari abbandonati. E’ un circuito ad anello che può essere percorso per intero o a tappe.
Punto di partenza ufficiale è Villa Vittoria, ove è possibile fornirsi della mappa del sentiero e di tutte le informazioni utili.
In corso di allestimento sono due tappe del più grande sentiero naturalistico nazionale, Sentiero Italia. Un unico grande percorso immerso nella natura che percorre tutta l’Italia isole comprese per una lunghezza di ben 5.000 Km.
[up]

 
     
MONTEROSSO CALABRO
     
Ha una superficie di 18,16 km2 ed una popolazione di 2.300 abitanti. Si trova a 26 km a nord-est da Vibo Valentia ed è situato a 310 m. sul versante tirrenico delle Serre.
Caratteristico borgo medievale sulle falde del Monte Coppari, con ampia vista sul lago artificiale dell'Angitola, oasi protetta dal wwf, Monterosso fu alle origini casale della Baronia di Castelmonardo, proprietà delle nobili famiglie dei Trezza e dei Pignatelli di Monteleone.
 

Il territorio circostante delle località Brigante-Parrera-Barone è ricco di sorgenti d’acqua oligo-minerale. L’economia cittadina è prevalentemente agricola grazie alla produzione di cereali, uva da vino e olive.
Da visitare il Museo della civiltà contadina presso il palazzo Amoroso (riferimento: Pro Loco tel. 0963/326053). Il Museo conserva materiali della cultura popolare, attrezzi di lavoro, oggetti di uso comune e vestiti.
Fiere: 5 maggio ed il giovedì precedente la prima domenica di luglio.
Mostra di Pittura e Lavori artistici, in agosto.
Mercato: martedì.

Sagre e feste
San Sebastiano - 20 gennaio
Maria SS. del Soccorso - prima domenica di luglio
Maria SS. del Carmelo - 16 luglio
San Rocco - 16 agosto
SS. Crocifisso - 14 settembre
Maria SS. del Rosario - prima domenica di ottobre

C'e' da vedere
Chiesa Matrice:ciborio marmoreo rinascimentale datato 1561, pezzo superstite del corredo parrocchiale della Chiesa distrutta dal terremoto del 1783. Statue lignee del sec. XVIII
Chiesa del Rosario: edificio del sec. XIX, conserva una buona tela di Tommaso Martini della Madonna del Rosario
Lago Angitola
Montagna (Chalet Comunale)
Montagna (Chalet Forestale con riserva di daini e criceti)
Montagna Faggeta
Montagna Pineta
[up]

 
     
NARDODIPACE
       
I primi abitanti di Nardodipace furono pastori di Fabrizia, che avevano scelto questi luoghi per la sosta delle greggi durante il periodo della transumanza (inizi del 1700 ).
Successivamente, attratti dalla dolcezza del clima e dalla varieta' e fertilita' dei terreni i pastori trasformarono la loro sosta da temporanea in stabile. Sorsero cosi' le prime baracche ed i primi ricoveri per animali.
   
Queste persone vissero nell'anonimato per molti anni, fino a quando, a loro, si unirono centinaia di altre persone scappate dal Comune di Fabrizia in seguito al terremoto del 1783. Cosi' le borgate Nardodipace, Ragona' e S. Todaro divennero dei piccoli paesi e diventarono frazioni del Comune di Fabrizia.
Fu nel 1901 che le suddette frazioni, con legge n. 531 del 22 dicembre, furono distaccate dal Comune di Fabrizia e costituite in Comune autonomo con il nome di Nardodipace.
Il 1° consiglio comunaledel nuovo Comune fu tenuto il 05/09/1903 e per primo Sindaco fu eletto Monteleone Bruno nel 1904.
La storia del Comune e' stata segnata tragicamente dalle alluvioni (1935, 1951, 1972/3) che hanno sconvolto la natura ed il destino della comunita'.
Attualmente il Comune di Nardodipace e' composto da 5 centri abitati: Nardidipace-Capoluogo, ove hanno sede gli uffici Comunali, l'ufficio Postale e la Scuola Media; le frazioni: Ragona' che dista 10 km. dal capoluogo; Vecchio abitato che dista 6 km. dal Capoluogo; Santo Todaro che dista 7 km. dal Capoluogo e Cassari che dista 37 km. dal Capoluogo.
Oltre alle 4 frazioni vi sono numerose contrade sparse sul territorio.

Sagre e feste
Madonna dei Poveri - si festeggia nella frazione Ragona'
Madonna della Montagna - si festeggia nella frazione Cassari
Nativita' di Maria SS. Bambina - si festeggia a Nardodipace
Nativita' della Beata Vergine - si festeggia nella frazione Vecchio Abitato

C'e' da vedere
La frazione Vecchio Abitato (La vecchia Nardodipace) situata su un colle. Vi si trova la Chiesa della Madonna della Nativita' di stile barocco, costruita alla fine del secolo diciottesimo.
Le case del paese, piccole e basse, a schiera, si sviluppano lungo una viuzza e danno al paese l'immagine di un treno.
[up]

 
     
PIZZONI
     
Centro agricolo ai piedi delle Serre, si estende su una superficie di 23,23 km2 ed ha una popolazione di 1.580 abitanti, corrispondenti a 590 famiglie; si trova a 24 km a sud-est di Vibo Valentia e sorge a 290 m. sul versante tirrenico delle Serre. Confina con i Comuni di Vazzano, Simbario, Soriano Calabro e Sorianello.  
 

Relativamente al nome ed alle sue origini non si hanno notizie certe, probabilmente la tesi piu' attendibile e' che sia stato fondato intorno all'anno 1000 da alcuni abitanti di pizzo Calabro ( da qui il nome Pizzoni ) per sfuggire al pericolo rappresentato dai Saraceni provenienti dal mare.
I primi cenni storici risalgono al 1316, anno in cui in un registro d'epoca viene segnalata la presenza di una ferriera.
Nei tempi Pizzoni e' stato indicato anche come Pizzone, Pixuni ed anche Cerasia e Charydis dai nomi dei rispettivi fiumi che attraversavano il suo territorio.
In passato appartenne alla Baronia di Vallelonga, Appartenne allo Stato di Arena e fu feudo dei Carafa. All'epoca dei Borboni c'era un'industria edile e, successivamente, appartenne alla Contea di Soriano.
Divenne definitivamente Comune nel 1811, a seguito dell'abolizione delle Feudalita'.
Le maggiori risorse economiche derivano dall’agricoltura e dall’allevamento ovino e caprino.

Le Chiese
Il simbolo del paese è certamente “la fontana della sirena”, realizzata interamente in pietra, scolpita da G. Drago nel 1840, in ricordo forse, del legame degli esuli di Pizzo con il mare.
La parte senza dubbio culturalmente più interessante è quella associata alla religione cristiana. Pizzoni, nonostante abbia una popolazione non superiore alle 1800 unità, ha quattro chiese, ognuna con storie e tradizioni differenti.
Si può affermare che in ogni “rione” ve ne sia una.
Quella più importante, dal punto di vista culturale, è sicuramente quella del rione S.Basilio. Fu per molti anni un convento molto importante collegato al convento dei frati Domenicani del limitrofo Soriano grazie ad un sottopassaggio, ormai inesistente. Fu il rifugio di Tommaso Campanella nei primi anni del ‘600 quando organizzò la congiura contro la dominazione spagnola.Tra le opere presenti all’interno un antico organo a canne ed un dipinto raffigurante la crocefissione di Gesù.
Nella chiesa delle Grazie, invece, vi è una maestosa statua di legno, dipinta al naturale, che rappresenta proprio la Madonna delle Grazie con in braccio il Bambin Gesù nudo, opera forse del Gagini, artista napoletano del 1500.
La festa religiosa più importante è sicuramente quella legata a questa figura. Questo soprattutto perché rappresenta il punto di incontro del paese con le migliaia di emigrati sparsi in tutto il mondo.
Le altre due chiese sono la chiesa di S. Nicola di Bari, patrono del paese, in cui vengono svolte la maggior parte delle funzioni religiose, ed è custodito un prezioso dipinto che rappresenta la consegna delle chiavi da Cristo a S.Pietro, opera appartenente alla scuola napoletana del XVIII secolo.
Nella chiesa di S. Francesco, in cui oltre ad un prezioso confessionale di legno lavorato a mano vi sono quattro grandi dipinti realizzati da Tassone Gallucci nel 1904 e un bellissimo lampadario di cristallo.

C'e' da vedere
"Fontana della Sirena" scolpita in pietra da Giuseppe Drago nel 1840
Dipinto ad olio "La consegna delle chiavi"di scuola napoletana del 700 custodito nella Chiesa di San Nicola
Croce astile in lamine di argento custodita nella Chiesa di San Francesco
Madonna delle Grazie, custodita nella Chiesa omonima, statua in legno scolpita a tutto tondo ed a figura intera. Autore il napoletano Mancini Sec. XVIII (secondo alcuni la statua e' opera, invece, del Gaggini, artista napoletano del 1500.

Sagre e feste
Madonna delle Grazie - ( seconda domenica di luglio )
San Francesco - ( seconda domenica di agosto )
Madonna del Rosario - ( ultima domenica di ottobre, con la tradizionale "Gara del gallo" e "dell'uva")
Fiera - 2 luglio
Sagra della Castagna - nel mese di ottobre
Allestimento presepi rionali - nel mese di dicembre

Detti e proverbi
L'anzianu prima a sparpagnau a parola e pue a disse.
Male non fari e paura non tenire.
Cu simine spini non mpò caminari scazu.
A Maju non mutare saju, a Giugnu mutati tundu
Cu pè l' arrobba nà brutta si pigghjia, l' arrobba sindavà e lu cuari squagghjia.
[up]

 
     
SAN NICOLA DA CRISSA
Ha una superficie di 19,32 km2 ed una popolazione di 1.890 abitanti. Si trova a 21 km a est da Vibo Valentia ed è situato a 518 m. sulle pendici del monte Cucco, nel versante tirrenico delle Serre.  

Appartenente ai baroni di Vallelonga e alla famiglia dei Castiglione -Morelli.
Oggi è un centro agricolo molto operoso; si produce frutta, ortaggi, cereali, olive. Vi sono sorgenti di acqua oligo-minerali in località Ficarella.
Feste: S. Giuseppe, il 19 marzo; SS Croce, la prima domenica di maggio; SS Rosario, l’ultima domenica di luglio; SS Crocefisso, la quarta domenica di agosto; San Rocco, la terza domenica di settembre; San Nicola, ultima domenica di settembre.
Fiera: sabato e domenica precedenti la quarta domenica di agosto.
Manifestazioni: "Festa degli emigrati" in agosto.
[up]

 
     
SERRA SAN BRUNO
Si estende su una superficie di 27,75 km2 ed ha una popolazione di 6.700 abitanti; dista da Vibo Valentia 35 km e si trova a sud-est a 790 m sul versante ionico delle Serre.
Città molto ospitale, è famosa per la Certosa fondata da Bruno di Colonia, ed è immersa tra i boschi delle Serre.
 
 

Cenni Storici
Nel 1840, mentre venivano effettuati scavi a poche decine di metri dalla Chiesa Matrice per gettare le fondamenta del palazzo Tedeschi, venne alla luce un discreto quantitativo di segatura assai ben conservata e in mezzo ad essa pezzi di legno e un attrezzo di ferro chiaramente del tipo che i serratori chiamavano "minaturi", un manubrio il quale, nelle primitive segherie idrauliche aveva la funzione di liberare o frenare la turbina per la quale azionava la larga lama dentata.
Un rinvenimento quantitativamente irrisorio e qualitativamente assai scarso e di non precisa databilità; ma che prestò ali alla fantasia di cultori locali, tra i quali ci fu chi opinò, non si sa col conforto di quali e quanti altri dati obiettivi, che in quel posto preciso dovette essere ubicata una segheria ad acqua funzionante ai tempi in cui San Bruno raggiunse il sito adottato come suo ultimo eremitaggio.
Appunto da quella segheria, proprietà e gestione di gente di Stilo, sarebbe nato il toponimo, Serra, assunto dall'abitato sorto per lo stanziamento di una parte delle 112 famiglie assegnate dal Conte Ruggiero all'Eremo bruniano e che si andarono ad aggiungere ai nuclei familiari dei serratori stilesi. Perchè abbiamo accennato a tutto questo? Perchè ci è stato chi ha preso per oro colato le affrettate quanto gratuite illazioni degli improvvisati storici e le ha sposate senza un minimo di discernimento, senza chiedersi da dove derivava ai predecessori la certezza delle affermazioni e non dando, invece, alcuna importanza e attenzione a fatti concreti quali ci possono essere forniti, in assenza totale o parziale di testi e fonti, dalla toponomastica, grazie alla quale lo studioso può penetrare nell'ignoto passato e scavarlo e carpirgli i segreti tenuti celati Proprio nei pressi della Certosa lato est ad essa legata da una stradella in terra battuta che sbocca sulla nazionale per Monasterace e si riprende al di là della strada statale, vi è una località che fino agli anni quaranta accoglieva quattro segherie idrauliche servite dallo stesso torrente Ligonà o Lionà: una detta serra di "lu cumuni"; una chiamata "serra di li monaci" per la sua appartenenza all'ordine certosino, com'è, del resto documentato dallo stemma scolpito in un blocco in granito murato sulla facciata del muro superstite; e due, una accosto all'altra per sfruttare due volte la gettata d'acqua, dette "d'Archifuoru". Quest'ultimo nome, è evidente, non è latino, ma greco, e significa "prima prestazione", ed è chiaro che alla località sia derivato (e rimastole) per qualcosa che esisteva ai tempi in cui la parlata greca era diffusa e comunque ancora lontana dall'essere soppiantata, sostituita dal volgare.
Ora, cosa può essere sorto nella località di così importante da essere sottolineato come "Prima prestazione"?
Qualcosa di molto utile e che dovette durare a lungo, necessario quindi alla vita di una comunità. Considerando la tradizionale disposizione del luogo, perchè non pensare che proprio lì sia stata impiantata la prima segheria, quella che fornì al nascente Monastero bruniano le tavole necessarie e il legname per le carpenterie? Tanto più che essendo assai più vicina alla foresta di quanto non lo fosse il sito creduto individuato nel 1840, più agevolmente poteva essere fornita del materiale boschivo da lavorare. Su quella prima segheria, impiantata da gente che parlava greco e perciò proveniente da Stilo o dintorni, o perchè diruta o per renderla più funzionante e durevole, venne di poi costruita in muratura quella oggi visibile nei suoi ruderi e nelle travature.
Escluso, quindi, che la prima segheria possa essere sorta nel sito dove andava formandosi l'abitato, c'è da chiedersi: è possibile che il toponimo sia potuto passare egualmente dall'officina al paese? Certo non è facile accertarlo. Ma che Serra derivi da segheria è un'ipotesi, una voce della tradizione, una supposizione. In tale spazio possono quindi chiedere e trovare posto altre varianti e cioè che sia stata la sua collacozione nel fondo della conca pleistocenica a dare il nome al paese. (Serra, infatti, equivale pure a luogo chiuso) oltre che a disposizione montuosa a forma dentellata simile ad una sega (donde deriva lo spagnolo Sierra).

Da visitare: il Calvario, il Dormitorio, la basilica di Santa Maria del Bosco e la chiesa dello Spinetto. Molto importante è il Museo Biblioteca della Certosa in località Calvario; comprende circa 2000 pubblicazioni provenienti dalle biblioteche di numerose certose italiane e straniere, chiuse nel corso di questo secolo; conserva numerose testimonianze di vita monastica di Certosini. Il visitatore interessato, avvalendosi di supporti multimediali, potrà conoscere la vita di San Brunone. All'interno del museo sono in vendita prodotti dell'antica erboristeria certosina, compact disc di canti gregoriani e certosini. Orario di apertura:
aprile-settembre: ore 09.00/13.00- 15.00/20.00. Orario invernale: ore 09.30/13.00- 15.00/18.00; per informazioni tel. 0963/71523.
Altro notevole riferimento culturale è la chiesa di S. Biagio edificata nel 1795; presenta una facciata barocca in granito ornato in alto da due loggette, statue di santi ed angeli. All'interno conserva quattro statue in marmo bianco, opere del Muller, provenienti dalla vecchia Certosa (S. Stefano, San Bruno, San Giovanni Battista e Madonna con il Bambino). Interessante un artistico Pergamo (XVIII sec.) catalogato tra i monumenti nazionali d'Italia. Suggestiva la cinquecentesca SS Trinità, opera pittorica ad olio su tela. Preziosi i paramenti sacri e le argenterie tra cui un ostensorio in oro ed un calice incastonato di pietre preziose.

Notizie sulla CERTOSA.
La tradizione vuole che San Bruno nel X secolo, rientrando da Colonia e dovendo scegliere il luogo per erigere la sua Certosa, decise di edificarla tra le montagne della catena delle Serre, in Calabria. Oggi, come 900 anni fa, la sensazione di luogo incontaminato che si prova in questo posto rimane a lungo impressa nella mente.
Abeti secolari ed immense distese di verde avvolgono la Certosa, all'interno della quale continuano a vivere i frati di Bruno di Colonia. Primo convento certosino in Italia e secondo di tutto l'ordine, venne fondato tra il 1090 ed il 1101. La Certosa originariamente in stile gotico, alla fine del 500 venne restaurata su probabile progetto del Palladio ed ulteriori cambiamenti furono apportati nei sec. XVI e XVIII
Distrutta da un terremoto nel 1783, venne ricostruita alla fine dell'800.
Dell'originario complesso rimangono i resti della quattrocentesca cinta muraria a pianta quadrilatera e con torrioni cilindrici angolari; ruderi della grandiosa facciata rinascimentale della Chiesa; gran parte dell'ordine inferiore, dorico, del Chiostro seicentesco; la fontana barocca ed il vecchio cimitero dei Certosini. La nuova Certosa, costruita tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, rievoca lo stile gotico francese.
All'interno si trovano statue marmoree dell'800, un busto reliquario argenteo del 1520 raffigurante S. Francesco di Paola attribuito a Luca Giordano, candelabri bronzei, di bottega francese del 600.
Pochi sono i monaci che continuano a vivere nella Certosa e che possono essere intravisti soltanto di lunedì quando interrompono la clausura per meditare tra i boschi. L'ingresso alle donne è assolutamente vietato; agli uomini è consentito far visita nei giorni di mercoledì e sabato, dalle ore 16,15 alle ore 19,00. La regola eremitica e della stretta clausura è certamente quella che di più ha convinto i Certosini stessi a creare una struttura che rispondesse alle quotidiane richieste da parte dei pellegrini e dei turisti, curiosi di conoscere il loro modello di vita e la loro storia.
Nasce cosi l'idea di creare il Museo che si trova all'interno della Certosa, in un'ala accessibile attraverso un'entrata indipendente. Il Museo conta circa 20 ambienti e si sviluppa su un unico piano per circa 1.200 mq. La durata del percorso varia dai 45 ai 90 minuti, considerando che il programma audiovisivo è di 10 minuti.
Si effettuano visite guidate su prenotazione in lingua italiana, francese, inglese e tedesco.
L'ingresso al Museo è consentito anche alle donne.
Poco distante dalla Certosa si trova la Chiesa di S. Maria dell'Eremo, edificata nella suggestiva conca del bosco in cui dimoro e mori San Bruno e rifatta in seguito dei danni provocati dal terremoto del 1783.
Accanto si trova la Grotta di San Bruno, riproduzione della caverna in cui il Santo pregava e dormiva, ed il laghetto dei miracoli, con al centro la statua di S. Bruno inginocchiato. La tradizione vuole che le spoglie del santo fossero sepolte proprio nel laghetto e nel momento in cui si tento di portarle in superficie, comincio a sgorgare l'acqua della sorgente che lo alimenta.

Le Chiese:
Chiesa di San Rocco - Chiesa Matrice di San Biagio - Chiesa dell'Addolorata - Chiesa di San Gerolamo - Chiesa dell'Annunziata - Chiesa dell'Assunta dello Spinetto - Chiesa esterna della Certosa - Chiesa di Santa Maria del Bosco
Feste: San Bruno - il 6 ottobre;
Fiere: Della Pentecoste - domenica, lunedì e martedì di Pentecoste; Ferragosto - 14-15 e 16 agosto; Tutti i Santi - 1 novembre; Santo Stefano - 26 dicembre; "Festival della montagna" - in agosto.
Mercato: giovedì.

La Chiesa dell'Addolorata
Nel 1721 fu costruita in seguito alle prediche del Padre cappuccino Antonio Olivadi. Frontespizio in granito locale, di stile Barocco. Progetto dello Scaramuzzino. Il portale esterno è opera in bronzo, di grande pregio artistico e medio rilievo raffigurante gli episodi dolorosi della Vergine: rappresentazione al Tempio, fuga in Egitto, Via Crucis, crocifissione, morte, deportazione, sepoltura.
Il progetto è di G. M. Pisani j., giovane di grande talento, forse l'unico erede delle doti tradizionali di arte tramandate dai suoi avi che pure lasciarono in Serra San Bruno retaggio di opere artigianali di grande valore.
Priore del tempo di quell'Arciconfraternita Bruno Principe, al quale va reso merito per l'iniziativa e per l'avere voluto arricchire la chiesa dell'Addolorata di una magnifica opera che resterà nei secoli quale testimonianza di amore, di sacrificio e di valore dei serresi verso la loro nobile cittadina e il culto della religione cristiana. L'interno della Chiesa è di ordine ionico. Pavimento in marmo appartenuto alla chiesa dell'antica Certosa. La volta della navata è una decorazione di Domenico Barillari, serrese, mentre le volte delle due ali furono opera del fratello. Lo stile è sempre il barocco ma affiora un maggiore sviluppo nelle forma. Alle pareti: quattro medaglioni ovali, in marmo bianco finemente verniciato, di autore ignoto provenienti dalla vecchia certosa. Tali opere del 1600 e raffiguranti certamente San Gennaro e un Certosino e soltanto probabilmente San Pietro e San Paolo, appartenevano alla vecchia Certosa. All'ala sinistra della navata vi è un grande dipinto raffigurante l'apparizione di Maria Immacolata a San Bruno, del De Matteis Paolo, discepolo del Giordano, maestro di capolavori lasciati per l'Abbazzia di Montecassino. È un dipinto del 1721. Si rilevano la particolare espressione del Santo rapito nell'estasi divina e l'arte nella riproduzione delle parti anatomiche. All'ala destra bellissima tela di autore del Seicento, forse del Pissignani, raffigurante Il Trapasso di Sant'Anna. Si noti l'intreccio di luci e di penombre in delicato contrasto di colori.
Gli altari corrispondenti ai due dipinti sono opera in marmo colorato con sculture ornamentali di fattura esperta e di buon gusto. Particolare: le mense con paliotto decorato su cui si elevano fastigi architettonici di buonissimo stile del XVII secolo. Dipinti ed altari appartenevano all'antica Certosa. Anche l'Altare Maggiore apparteneva all'antica Certosa.
Capolavoro in marmi policromi con decorazione e dorature. È costituito da una triplice base piana con ricche intarsiature sul paliotto a mosaico. Sl piano della base minore s'innalza una balaustra con piccole colonne in bronzo dorato, la quale sostiene otto colonne in marmo con capitelli e basi di bronzo dorato su cui si snodano eleganti cornici che sorreggono a loro volta una cupola di forma ellittica, con trafori e rilievi, sormontata da un capitello che sostiene una statua di Gesù Risorto. L'insieme è adorno di festoni, cesti con fiori, nicchie e statuette in bronzo dorato ed in argento. Quattro di tali statuette che mancano sul cappellone dell'altare, si trovano a Vibo Valentia, nella chiesa di San Leoluca. La custodia in malachite, lapislazzuli ed altri marmi pregiati è lavoro di grande rilievo artistico.
L'opera fu eseguita in parte dal Fanzago (1631-1648) e poi terminata da Andrea Gallo nel più bel gusto seicentesco.
I due portali, laterali al monumentale altare, sono due veri ricami in marmo, formati da ovuli e fuseruole a rosario, uniti da tenui fili marmorei, la cui lavorazione denota la delicatezza e la finezza dell'arte scultorea in quel XVI secolo.
Originale è la balaustra della "cantoria", in marmo lavorato a transenna (traforo). Opera serrese del XVII secolo. Nel Coro si trova un dipinto raffigurante i Sette Fondatori opera di Giuseppe Maria Pisani s. serrese, pittore della scuola napoletana dell'800. Alle navate laterali: tre quadri di Salomone Barillari, serrese, intendente alla Belle Arti in Napoli, anche egli pittore della scuola napoletana dell'800, raffiguranti La Natività, le Tavole delle Leggi e David. Dello stesso autore si trovano quadri nella sagrestia: Addolorata e Cristo Risorto.

Santa Maria del Bosco
La catena delle Serre è costituita da due lunghi successioni parallele di rilievi montuosi e collinari che ricordano nell'allineamento i denti di una sega: fino al secolo scorso questi monti erano ammantati da una foresta così fitta e imponente che uno studioso inglese in visita nel 1828 ne scrisse: "...vi era qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso in quelle montagne, dai boschi fitti ed oscuri, da soggiogare la mente". Ancor oggi queste montagne colpiscono per l'atmosfera cupa e misteriosa dei boschi: estese foreste miste di latifoglie e di conifere scendono dalle cime più elevate fin quasi a valle, intersecate da un labirinto di ruscelli e da potenti ammassi di rocce granitiche. Nel cuore delle Serre illustreremo uno tra i più bei boschi della zona: ricchi di abeti vetusti e di proporzioni inusitate, offre ancor angoli ben conservati con atmosfere fiabesche. Il Bosco di Santa Maria si stende a sudovest di Serra San Bruno.
La conca di Serra San Bruno ospitava nel Quaternario un bacino lacustre; oggi rappresenta il cuore geografico delle Serre e al posto del lago sorge il più importante centro abitato del comprensorio. La bellezza di questo luogo influì sicuramente su San Bruno di Colonia quando lo scelse come luogo dove fondare la sua Certosa: la predilezione del Santo per questa zona e per le sue meraviglie naturali è testimoniata anche dall'ammirata descrizione che egli ce ne ha lasciato in una lettera. L'ultima parte dell'avvicinamento in automobile passa accanto alla celebre Certosa, e vale sicuramente la pena di fare una sosta per visitare la parte aperta al pubblico del complesso. Dalla Certosa si piega a sinistra su una strada ombreggiata e, in circa 3 chilometri e mezzo, si raggiunge la chiesa di Santa Maria del Bosco, dove si parcheggia. Il tutto è contornato da un magnifico bosco di giganteschi abeti bianchi altissimi, dal tronco colonnare avvolto da un'argentea corteccia finemente screpolata. Sono piante di bellezza straordinaria, sovrastante da chiome verdissime, con gli strobili innalzati imperiosamente verso l'alto e gli aghetti segnati nella parte inferiore da due candide striature parallele. Tutt'intorno alla chiesa, nel bosco, è un riecheggiare delle voci dei piccoli uccelli (comuni soprattutto ghiandaie e cuculi); non è difficile captare il tambureggiare del picchio verde che staziona sui grandi alberi stramaturi e a volte anche quello grande e raro picchio nero. Ma la foresta è abitata anche da scaltri predatori come la volpe, la donnola e la faina. Per addentrarsi nella foresta basterà seguire una delle tante stradelle a fondo naturale che partono da questo punto.L'itinerario è percorribile in tutte le stagioni, a parte casi di abbondanti nevicate; tenere presente però che d'inverno la temperatura è particolarmente rigida e il clima umido. Per il Bosco di Santa Maria i tempi sono diversi a seconda del percorso scelto, tuttavia brevi.
Il Bosco di Santa Maria ricade nel Parco Regionale delle Serre, istituito con Legge Regionale n. 48 del 5.5.1990. Ci troviamo quasi al centro di una delle grandi conche montagne che separano le due catene delle Serre. Serra San Bruno è il paese più noto e dotato di servizi, a circa 800 m di quota; i boschi sono invece sui 1.000 m.


Il Bosco Archiforo
La catena delle Serre è costituita da due lunghi successioni parallele di rilievi montuosi e collinari che ricordano nell'allineamento i denti di una sega: fino al secolo scorso questi monti erano ammantati da una foresta così fitta e imponente che uno studioso inglese in visita nel 1828 ne scrisse: "...vi era qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso in quelle montagne, dai boschi fitti ed oscuri, da soggiogare la mente". Ancor oggi queste montagne colpiscono per l'atmosfera cupa e misteriosa dei boschi: estese foreste miste di latifoglie e di conifere scendono dalle cime più elevate fin quasi a valle, intersecate da un labirinto di ruscelli e da potenti ammassi di rocce granitiche. Nel cuore delle Serre illustreremo uno tra i più bei boschi della zona: ricchi di abeti vetusti e di proporzioni inusitate, offre ancor angoli ben conservati con atmosfere fiabesche. Il solitario e maestoso Bosco Archiforo si stende a sudest di Serra San Bruno dove sorge la Certosa fondata alla fine dell'XI secolo da Brunone di Colonia. Ci troviamo quasi al centro di una delle grandi conche montagne che separano le due catene delle Serre. Serra San Bruno è il paese più noto e dotato di servizi, a circa 800 m di quota; i boschi sono invece sui 1.000 m.
L'itinerario è percorribile in tutte le stagioni, a parte casi di abbondanti nevicate; tenere presente però che d'inverno la temperatura è particolarmente rigida e il clima umido. Per il Bosco Archiforo prevedere un'ora per l'andata e un'ora per il ritorno.
In automobile. Il Bosco Archiforo si raggiunge dal centro abitato di Serra San Bruno, proseguendo in direzione di Monasterace; si svolta a sinistra in corrispondenza del bivio per Arena imboccando la strada asfaltata che per alcuni chilometri corre alla base delle pendici della dorsale del monte Pecoraro, immersa in uno splendido bosco di abeti bianchi e faggi.
Raggiungendo il casello forestale di Bello bisogna lasciare l'auto. Chi arriva dalla statale ionica (n. 106) deve deviare per Stilo all'altezza di Monasterace e proseguire per Serra attraverso una strada lunga e tortuosa ma estremamente panoramica. La salita al Bosco Archiforo avviene dai 1065 ai 1414 metri. Bastano comunque scarponcini da trekking e normali indumenti da escursione (coprirsi bene d'inverno, visto che il clima ` spesso rigido). Ci si può rifornire d'acqua alla fontana vicino al casello forestale di Bello.
Una magnifica foresta dominata dall'Abete Bianco è quella del Bosco Archiforo. Si tratta di un grande bosco, quasi tutto di proprietà del comune di Serra San Bruno, che digrada sulle pendici occidentali del monte Pietra del caricatore. Alle spalle del casello forestale di Bello bisognerà imboccare il sentiero (la traccia in alcuni punti è confusa) che risale la pendice passando nel bosco di abeti bianchi che ospita esemplari slanciatissimi e talvolta di considerevoli proporzioni. Camminando lungo il sentiero ben presto si raggiunge una grande foresta, che gli abitanti del posto chiamano "Pietra dell'Ammienzo" (nel fosso vicino c'è una sorgente ottima per riempire le borracce). Alla base dei grandi alberi della foresta scava la sua tana l'elusivo gatto selvatico, magnifico felino dalla coda folta e segnata da anelli scuri ce predilige recessi solitari e nascosti e si nutre di piccoli mammiferi. Scorazzano in queste forre ombrose torme di cinghiali; il terreno mostra spesso i segni del loro passaggio sotto forma di lunghi solchi prodotti con grugni per cercare tuberi, bulbi e rizomi. Non raro in questi boschi è anche l'astore, mentre di sera risuona il verso sottile del piccolo assiolo. Tra i sassi umidi, le foglie e gli aghi camminano lente le curiose salamandre pezzate il cui corpo gommoso, lucido e nero è impreziosito di vivide chiazze gialle. Si risale ancora lungo questo santuario naturale, nel quale alle colonne che sostengono la navata si sostituiscono i diritti tronchi degli abeti; finchè, salendo verso il crinale, all'abete comincia ad associarsi il faggio. Si raggiunge così la strada cresta: la si imbocca verso destra e dopo poco si raggiunge la vetta della Pietra del Caricatore, caratterizzata da un articolato ammasso di rocce i, più parti segnato dalle tracce di un antico sfruttamento a cava.

Faggio del Re
Ci troviamo nel cuore delle Serre, catena che - grazie alla successione delle sue cime a "denti di sega" e ai suoi valloni dirupati e ombrosi - è riuscire a mantenere una grande suggestione e un'identità naturalistica più unica che rara nell'Appennino; la presenza antropica molto rarefatta n aumenta il senso di fiaba. Questo itinerario si lascia progressivamente alle spalle la vegetazione della mezza montagna per inoltrarsi nel folto della faggeta; e si viene quasi soggiogati dalla maestosità dei faggi e degli abeti secolari finchè abituati gli occhi all'attenuarsi della luce, la foresta si lascia conquistare dall'escursionista mostrando la sua "ospitalità" fatta di saporitissimi funghi e dolci fragoline di bosco.
Queso percorso si svolge nel territorio del comune di Arena, che si trova a circa 32 chilometri dal copoluogo di provincia, Vibo Valentia.
Si consiglia di percorrere l'itinerario tra la tarda primavera (aprile-maggio) sino all'inizio dell'autunno (ottobre). D'inverno la zona è generalmente innevata, e quindi difficilmente percorribile a piedi. Nella bella stagione si può godere dell'ombra del suggestivo bosco di faggio, punteggiato qua e là dagli abeti bianchi, e dissetarsi alle fresche acque delle sorgenti lungo il percorso. In maggio-giugno e settembre-ottobre un'altra presenza arricchisce la zona: i deliziosi porcini che punteggiano la faggeta e la giovane abetina. L'itinerario si sviluppa lungo un anello di circa 20 km, con pendenze modeste: ci vogliono circa 4 ore per raggiungere Faggio del Re ed altre 2 per tornare a Croce di Bove.
Si arriva in zona con l'autostrada A3 Salerno/Reggio Calabria, uscita Serre: da qui si seguono le indicazioni per Soriano Calabro. Giunti in località Sant'Angelo si prosegue per Dasà e quindi per Arena. Il tempo approssimativamente necessario per percorrere il tratto dall'uscita A3 ad Arena è di un'ora. Durante il periodo primaverile ed estivo è consigliabile equipaggiarsi con un K-way e scarponcini da trekking; in autunno non dimenticare la giacca a vento. In estate occorre fare un pò d'attenzione a dove si mettono mani e piedi, perchè in zona sono segnalate vipere.
Arrivati ne centro di Arena, "balcone del Mesima", si può parcheggiare in piazza Pagano da qui si può già ammirare la splendida vallata, caratterizzata da terrazzi coltivati i cui colori vanno dal verde intenso dei prati-pascoli e delle leccete al verde argenteo degli olivi la primavera offre invece colori più vivaci, che vanno dal giallo intenso della ginestra al bianco dell'erica e della robinia fino al verde-bruno del castagno. Il percorso a piedi incomincia al monte del centro abitato, procedendo in direzione est lungo la strada statale 110 per circa 500 metri fino a incontrare l'antico acquedotto aragonese. Si passa sotto le sue arcate e si imbocca la stradina interpoderale fino a oltrepassare su di un ponticello la fiumara Petriano; si arriva così in località Croce di Bove (700 metri), caratterizzata dalla presenza di case sparse abitate da pastori (ottime ricotte e formaggi!). Stiamo ora per entrare negli ambienti forestali che costituiscono il principale interesse dell'itinerario; la prima tappa è la località La Speranza, che si raggiunge procedendo in direzione sud. Seguendo sempre la strada asfaltata si oltrepassano due incroci (le deviazioni a destra sono da evitare) e si prosegue verso la montagna; incominciando camminare lungo lo sterrato si incontrano i rivoli d'acqua che provengono dalle sorgenti del Petriano (la loro acqua è ottima da bere), immerse nel fitto bosco di pini e faggi. Percorso questo tratto di sterrato per circa 2 chilometri si giunge a La Speranza (890 metri) dove si incontrano un rifugio del Corpo Forestale (un fabbricato bianco con infissi colorati in rosso) e una ampia area pic-nic. Qui è possibile scambiare quattro chiacchiere con il personale della Forestale, dissetarsi alla fontanella e, volendo, consumare una merenda prima di intraprendere (sulla sinistra) la dolce salita che, procedendo in direzione est-sud-est, porterà a Faggio del Re. Progressivamente ci si lasciano alle spalle i castagni e i pini, mentre la luminosità si attenua man mano che ci si inoltra nella folta faggeta; lo sterrato è caratterizzato da una serie di tornanti che rendono più agevole la salita. nella faggeta che circonda il sentiero non è difficile, nella stagione giusta, trovare funghi e fragoline di bosco. Proseguendo ancora nella salita, si notano sulla destra recenti rimboscamenti di abete bianco, mentre tra la vegetazione spontanea spiccano gruppi di farnie interrotti qua e là da secolari esemplari isolati di abete bianco. A quasi 4 km da La Speranza si incontra sulla destra un sentiero senza uscita che, procedendo in discesa, raggiunge dopo 500 metri la fontanella di Cefarrone, dove è possibile fare rifornimento d'acqua. Il sentiero principale prosegue invece in salita e, dopo 1 km, raggiunge un tratto pianeggiante dove si incontra un rifugio (un fabbricato a due piani) del Corpo Forestale dello Stato; nei pressi c'è un'area per pic-nic, generalmente frequentata da gruppi di scout. Si percorre ancora circa 1,7 chilometri fino a raggiungere la strada asfaltata che congiunge Fabrizia a Laureana di Borrello; ci troviamo ora in località Faggio del Re (1160 metri) dove è possibile ristorarsi prima di riprendere la via del ritorno. Dopo circa 3 chilometri dalla strada asfaltata si incontra sulla destra una radura con un fabbricato in pietra abbandonato: da qui si gode un ampio panorama sull'abitato di Arena e la valle del Mesima. Il sentiero porta nuovamente in località Croce di Bove da dove lungo lo stesso percorso dell'andata, si torna ad Arena.

Ferdinandea
Il settore orientale delle Serra, arricchito da innumerevoli sorgenti che sgorgano un pò ovunque in alta quota, è quello da cui scendono i più importanti corsi d'acqua della massiccio. Questa caratteristica f sì che le valli siano particolarmente lussureggianti, solcate da gole fluviali e ammantate di boschi fittissimi tra i quali molti corsi d'acqua si fanno strada, tra pietre tonde tappezzate di muschio. Il bosco di Stilo è uno dei più ricchi e noti fin dall'antichità: nonostante ora sia solcato da un fitto reticolo di strade, mantiene un grande fascino e una buona valenza naturalistica. Proponiamo qui diverse possibilità per farsi un'idea della zona, tra cui l'ultima - quella che sale alle cascate del Marmarico - aggiunge al fascino del bosco quello di un inaspettato e spumeggiante salto d'acqua, che precipitando tra strette pareti si getta in un laghetto 90 metri più sotto.
Siamo nel settore orientale delle Serre, sulle pendici montuose che digradano a est della catena del monte Pecoraro, verso il litorale ionico. l'itinerario si svolge nei territori dei comuni di Stilo e Bivongi.
L'itinerario si può fare in tutte le stagioni, ma è consigliabile sopratutto in primavera per meglio cogliere lo spettacolo delle cascate (in quel periodo la portata d'acqua aumenta molto). Ci vuole un'ora e mezza da Ferdinandea al belvedere sulle cascate; un'altra mezz'ora per raggiungere la base delle cascate; a piacere invece i tempi per girovagare dentro il bosco di Stilo.
In Automobile. Dall'autostrada Salerno/Reggio Calabria si esce a Pizzo Calabro e si prende per Serra San Bruno; da qui si prosegue sulla statale 110 per Stilo. Tra i due paesi, qualche km dopo il Passo di Pietra Spada, si piega a sinistra fino a Ferdinandea: qui la strada finisce e ci si trova davanti un'antica costruzione immersa nei boschi. Si può arrivare anche dalla statale 106 (costiera ionica): si devia per Stilo all'altezza di Monasterace e si prosegue prima per Pazzano e poi per Ferdinandea. Non è richiesto nulla di particolare: bastano scarponcini da trekking e normali indumenti da escursione in montagna (le quote vanno dai 738 ai 1061 metri). Ricordate che d'estate le temperature sono piuttosto torride: portarsi un costume da bagno perchè l'acqua del fiume è pulita e può essere divertente e rinfrescante farsi un bel tuffo. Nessun problema per l'approvvigionamento di acqua potabile: ci sono sorgenti a Ferdinandea e sul letto della fiumara, poco a valle delle cascate.
Ferdinandea, come testimonia il toponimo, era al tempo del regno delle Due Sicilie una tenuta di caccia dei Borboni. Partendo da questo punto sono possibili diverse passeggiate nel bosco, seguendo una o l'altra delle numerose stradelle forestali che penetrano un pò ovunque.
Ad esempio si può risalire lungo il corso della fiumara Stilaro (che passa proprio sul retro del fabbricato); in questo modo in un'ora circa si raggiunge la strada che percorre la cresta del monte Pecoraro, la vetta più alta delle Serre. Il percorso attraversa prima piccole radure, caratterizzate dalla presenza di pantani formati dal ristagno dell'acqua trattenuta da alcune chiuse; qui può capitare d'incontrare, nella bella stagione, mandrie di bovini al pascolo semibrado. Oltrepassate le radure si entra nella foresta vera e propria letteralmente al vallone della fiumara Stilaro. Il bosco è formato da faggi, spesso in associazione con abeti bianchi; nel sottobosco spiccano la ginestra e la felce aquiliana; ma è anche possibile individuare, guardando con attenzione nel sottobosco, belle piante di agrifoglio. Quando si è in vista della fiumara Stilaro, che in questo tratto alto è praticamente un ruscello, si può ammirare il letto formato di massi tondi di granito tappezzati di verdi muschi umidi. Questa è la parte più folta del bosco (anche se è composta soprattutto da esemplari giovani a causa dell'intenso sfruttamento) e ospita specie di animali selvatici. In particolare il crinale del monte Pecoraro, quello che sovrasta Ferdinandea, pare essere divenuto negli ultimi anni un percorso piuttosto appetito dai branchetti di lupi che, provenienti dalla Sila Piccola, sono tornati a ricolonnizzare le Serre e l'Aspromonte da cui erano scomparsi - a causa della caccia e dei bocconi avvelenati- intorno agli anni '50.
Un'altra stradella (le operazioni di esbosco hanno comportato la realizzazione nel bosco di un vero e proprio dedalo di strade) parte sempre dallo spiazzo della Ferdinandea e segue a mezza costa la pendice del monte; conduce in un paio d'ore - incrociando altre stradelle secondarie da non seguire - ai Tre ponticelli, dove c'è una vecchia casermetta forestale in disuso. La strada attraversa prima boschi misti di faggio e abete bianco; man mano che si procede l'abete bianco predomina sul faggio, soprattutto nella zona della valle dell'inferno, riconoscibile per la presenza di alcuni massi granitici di notevoli dimensioni che si osservano sulla sinistra del ponte che supera il corso d'acqua che solca la valle.
Per iniziare l'itinerario che porta alle cascate di Marmarico si attraversa lo spiazzo della Ferdinandea e si imbocca la stradella che aggira verso destra lo spiazzo e quindi scende lievemente. La strada viene intersecata e sempre costeggiata dalla condotta forzata che convogliava l'acqua del vallone Folca fino ad una centralina idroelettrica da tempo dimessa. Ad un certo punto la vegetazione cambia quasi improvvisamente. Il faggio e l'abete bianco cedono il posto alla rovere e al leccio, vero dominatore di questi valloni scoscesi, mentre tra le specie arbustive dominano il mirto e la ginestra.
Si incontra una galleria che occorrerà attraversare (meglio se si utilizza una pila, anche se la galleria è breve, visto che il suolo è in genere invaso da pozzanghere). La successiva galleria può essere invece agevolmente superata con un'apposita deviazione sulla destra (ma si può anche passare all'interno. Intanto il paesaggio si apre verso oriente e si osserva la grande rupe del monte Consolino, sormontata dai cresti di un castello che sovrasta Stilo (il paese è sull'altro versante) con sullo sfondo il mar Ionio.
Si arriva così alla confluenza con l'altra condotta d'acqua, che proviene dal parallelo vallone Ruggiero. Si scende ancora lungo il sentiero che prende a costeggiare sulla destra la condotta (ora sopraelevata) fino a quando si passa al di sotto della stessa, sul lato opposto. Il sentiero diventa così un'aerea mulattiera che percorre a mezza costa il versante destro del vallone Ruggiero, per poi girare ancora nel fitto della macchia con una serie di tornanti sul versante sinistro del vallone Folca. A un certo punto, quando già si comincia a sentire il fragore dell'acqua che precipita, si esce allo scoperto su un panoramico belvedere (caratterizzato da una frana) da cui si gode delle cascate del Marmarico, che superano con un fragoroso salto un dislivello di circa 90 metri. Continuando a scendere lungo la via si possono cogliere ancora altre eccezionali vedute sulle cascate nella loro interezza e si raggiunge il fondo del vallone: qui occorrerà risalire lungo il greto del torrente. Le rive, quasi del tutto invase dalla vegetazione, sono però facilmente percorribili e dove si renda necessario si può guadare saltellando sui massi affioranti. Sulla sinistra c'è una sorgente intubata. Raggiunta la base della frana sulla destra, si guada sulla sinistra e si percorre un camminamento che passa al di sotto di una grande macigno segnato dallo scorrimento dell'acqua e finalmente si arriva al bel laghetto sottostante le cascate. Qui si può fermare ancora per cogliere dal basso l'imponenza dello spettacolo naturale che ci sovrasta: stretto tra due ripidissime pareti di rocce brune si scorge il salto della cascata, (particolarmente impressionante in primavera quando aumenta la portata d'acqua) che raccoglie le acque spumeggianti provenienti dal vallone Ruggiero. Il loro furore si placa solo dopo diversi salti nel vuoto. Il laghetto ci invita a fare un bel bagno ristoratore prima della faticosa risalita verso Ferdinandea.
[up]

 
     
SIMBARIO

Ha una superficie di 19,25km2 ed una popolazione di 1.400 abitanti; si trova a 14 km a sud-est da Vibo Valentia ed è situato a 766 m. nell’alta valle del fiume Ancinale, sul versante ionico delle Serre.
Dopo il sisma del 1783 l'abitato è stato completamente ricostruito, compresa la chiesa principale che comunque mantenne la struttura settecentesca.
Oggi è un centro agricolo per la produzione di cereali, ortaggi e per l’allevamento bovino e ovino.

[up]

 
   
 
     
SORIANELLO
 

Si estende su una superficie di 9,72 km2 ed ha una popolazione di 1.700 abitanti; si trova a 20 km a sud-est del capoluogo ed è situata a 420 m. sul versante ionico delle Serre.
E’ una località molto caratteristica per la singolare posizione che occupa l’abitato.
Le sue origini sono attribuite ai Goti: Fu casale di Soriano Calabro ed è comune autonomo dal 1811.
Da visitare il centro storico e la chiesa di Santa Maria del Soccorso.
Le maggiori risorse economiche derivano dalla produzione cerealicola e ortofrutticola; importanti sono gli allevamenti ovino, bovino e caprino.
Festa: Madonna della Salute, il primo maggio.

 

[up]
 
     
SORIANO CALABRO
Soriano Calabro in provincia di Vibo Valentia (3240 abitanti, 15 chilometri quadrati di estensione territoriale,
268 metri di altitudine), è situata ai piedi delle ultime propaggini dell’altopiano delle Serre, all’estremità nord della grande vallata del Mesima.
Vi si arriva dalla statale 182, che la congiunge direttamente a Serra San Bruno e al capoluogo di provincia, o dall’autostrada Sole (Uscita per le Serre), a otto chilometri dall’abitato.
Cinta dalla "Collina degli Angeli" e lambita dai torrenti "Caridi" e "Cornacchia", Soriano gode, grazie alla sua privilegiata posizione topografica, di un clima piacevole, temperato di inverno e non eccessivamente caldo d’estate.
   

Il paesaggio circostante risulta particolarmente suggestivo per le diverse ondulazioni del terreno e per i policromi colori della campagna,
costellata da una miriade di piante di ulivo, di querce e di castagni. L’abitato, posto in leggero declivio , si può suddividere, data la sua conformazione, in due parti: il vecchio centro urbano, caratterizzato dalla presenza delle rovine dell’antico Convento di San Domenico, e il centro urbano di nuova formazione, sviluppatosi dopo il 1960 a sud del centro storico.

La Storia
Il vecchio centro urbano presenta un tessuto edilizio omogeneo, composto prevalentemente da edifici familiari a due piani con botteghe al pianoterra,
mentre il centro urbano di nuove formazione, sorto in parte in sostituzione di vecchi fabbricati pericolanti e in parte come completamente di aree libere, presenta edifici plurifamiliari di tre-quattro piani con grandi magazzini al
pianoterra adibiti a deposito di merci o ad attività commerciali.
Principale punto di aggregazione cittadina e, fino a qualche decennio fa epicentro del paese, è l’ex via Roma, oggi piazza Gramsci, pavimentata di lastroni granitici, con la sua aggraziata villetta comunale sulla quale si affacciano l’ottocentesco palazzo municipale, l’ex edificio finanziario e l’imponente Santuario di San Domenico, opera egragia dell’artigianato locale del secolo scorso.

Istituto della Biblioteca Calabrese
P.zza Giuseppe M. Ferrari, 1
88017 Soriano Calabro
Tel. 0963/351275
Fax 0963/352363

Unica biblioteca monotematica, specializzata nel settore della cultura regionale, costituisce ormai un importante ed essenziale punto di riferimento per gli studiosi di "cose calabresi".
E' sorta agli inizi degli anni ottanta, a Soriano Calabro, una ridente e solatia cittadina in provincia di Vibo Valentia, adagiata sui primi contrafforti delle Serre fra ulivi e castagni, famosa per il santuario, in cui si venera la miracolosa immagine di San Domenico, ed un fiorente artigianato dove la fanno da primi attori i mostaccioli al miele.
Ma perché specializzata e perché poi, calabrese?
Come gesto d'amore alla Calabria bella e sventurata, in spirito di orgoglioso servizio e la voglia di dare un segnale culturalmente forte e civilmente chiaro.
La Calabria dei profeti e degli utopisti, la Calabria che non si rassegna ad essere la terra della 'ndrangheta e della disperazione, del più basso reddito e del più alto indice di disoccupazione; la Calabria "isola di infelicità", che non si arrende e spera nel riscatto per la concordia dei suoi figli, voleva e doveva essere l'unico tema di approfondimento e di studio.
E cosi è stato. Il primo nucleo, costituito in seno al Centro Culturale del Folklore e delle Tradizioni Popolari di Soriano con alcuni fondi librari, dono di famiglie e di studiosi, si è andato arricchendo ed ispessendo nel tempo con ulteriori donazioni ed acquisti mirati sul mercato della editoria corrente nazionale ed estera e nelle librerie antiquarie di tutta Italia. Per l'editoria corrente è occorso tanto tempo e pazienza che non è stato facile reperire i testi stampati in proprio dagli autori o da minuscole e fantomatiche case editrici; per il mercato antiquario oltre al tempo ed alla pazienza - tantissimi per esplorare la selva di cataloghi che giungono da ogni dove - c'è voluta molta fortuna ed ... un pizzico di naso.
La fortuna, che ha cosentito di arrivare prima di occhiuti collezionisti ed il ... naso che ha fatto intravedere la rarità, sfuggita agli esosi mercanti. Ma c'è stata anche la generosa disponibilità di autori, tipografi, librai ed editori, specie calabresi.
Dal marzo del '93 la maggio del '95 la biblioteca è rimasta in letargo, un periodo triste in cui - per mancanza di mezzi e di personale e l'insensibilità di chi poteva e doveva intervenire - i libri sono rimasti muti e taciturni nei lunghi scaffali sigillati, impossibilità a trasmettere il loro messaggio di civiltà.
Durante i ventisette mesi di silenzio forzoso, confortato tuttavia dalla solidarietà di studiosi, docenti universitari, giornalisti e politici di ogni "colore", club ed associazioni, si è costituito un ampio e generoso movimento di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della biblioteca. Per assicurarle una vita tranquilla e fondi adeguati, potenziarla, arricchirla di servizi e delle moderne tecnologie, si è costituito per iniziativa di un gruppo di amici e studiosi, un'Associazione culturale autonoma, l'Istituto della Biblioteca Calabrese, al quale hanno aderito la Regione Calabria con la l.r. 19/1995, la Provincia di Vibo Valentia, la Comunità Montana dell'Alto Mesima ed il Comune di Soriano.
Il silenzio dei libri è finito e la biblioteca ha ripreso a funzionare con il passaggio dell struttura alla nuova Provincia di Vibo che ne ha affidato la gestione all'Istituto della Biblioteca Calabrese.
Sono ritornati i frequentatori, la vita culturale è tornata a pulsare, si sono rinnodati i legami del sapere ed il prezioso patrimonio bibliografico, in cui si raccolgono l'identità culturale e le memorie storiche della nostra Calabria, è stato restituito al servizio di quanti la amano o la vogliono conoscere.
Ed è ripresa la caccia ai libri calabresi, una civilissima caccia che ha consentito di recuperare il tempo perduto, di coprire i vuoti creatisi durante l'interruzione forzata e di acquisire sul mercato dell'antiquariato una serie di testi di grande valore bibliografico.
Oggi la biblioteca possiede oltre 15.000 volumi e più di un migliaio di testate periodiche cessate o in corso, oltre a numerosi manoscritti, atti, documenti, brevi pontifici ed episcopali. Il suo punto di forza è costituito dal solido e puntiglioso aggiornamento che consente di offrire agli utenti un panorama bibliografico il più ampio e completo possibile.
Si è dato l'avvio alla formazione di un archivio fotografico e di una videoteca, che raccoglie documentari e film di autori o su temi calabresi. E' stato infine costituito il Gabinetto delle stampe e dei disegni calabresi attingendo al raro e costoso mercato antiquario.
Di pari passo con l'accrescimento del patrimonio bibliografico è andato crescendo il numero dei frequentatori a testimonianza della validità della Istituzione e della efficienza del servizio.

[up]

 
     
SPADOLA
 

E’ il Comune con il minor numero di abitanti della provincia di Vibo Valentia: 830 abitanti; ha una superficie di 9.58 km2 ed una popolazione di 830 abitanti;si trova a sud-est del capoluogo ed è situato a 754 m. sul versante ionico delle Serre.
Di antiche origini fu donata dal conte Ruggero il Normanno ai certosini di Serra San Bruno.
Da visitare: la chiesa di Santa Maria della Minerva e la chiesa di San Nicola da Bari.
Le maggiori risorse economiche provengono dalla produzione di patate, uva e cereali.
In località Fontanella, San Nicola, Fonte Vecchia e Talau vi sono sorgenti di acqua oligo-minerale.Festa: San Nicola di Bari, la prima domenica di agosto.
[up]

   
 
     
VALLELONGA

Ha una superficie di 17,53 km2 con una popolazione di 900 abitanti; si trova a 25 km a sud-est del capoluogo ed è situata a 646 m. sul versante tirrenico delle Serre.
Sorta dalle macerie della bizantina Nicefora e saccheggiata più volte dai saraceni, appartenne alla nobile famiglia dei Castiglione Moelli.
Le maggiori risorse economiche derivano dalla lavorazione dei campi e dagli allevamenti del bestiame. In località Calvario vi sono sorgenti di acqua oligo-minerale.
Feste: Madonna di Monserrato, la seconda domenica di luglio.
Fiere: prima e ultima domenica di gennaio; primo mercoledì di maggio; secondo mercoledì di luglio, dal venerdì alla domenica della seconda settimana del mese; primo mercoledì di agosto; 21 novembre.
[up]

 
   
 
     
VAZZANO
 

Il Comune si estende su una superficie di 19,85 km2 ed ha una popolazione di 1.400 abitanti; si trova a 27 km da Vibo Valentia ed è situato a 357 m. sul versante tirrenico delle Serre.
La sua fondazione è attribuita ai superstiti dell'antica Subsicinum che si rifugiarono in questi luoghi per scampare al flagello della malaria.
Vazzano è un centro agricolo dedito alla produzione di cereali, ortaggi, frutta, uva da vino, olive e all’allevamento del bestiame.
Feste: San Francesco di Paola, la quarta domenica di agosto e San Rocco la terza domenica di ottobre.
Fiera: 1 aprile.
Sagra: "Pipi e Patati" il 17 agosto.
Manifestazioni: "Estate Vazzanese", luglio-agosto.
Mercato: giovedì.
[up]